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Atalantamania: Uno di famiglia

Di:
Luca
Bonzanni
 
16 aprile alle 16:39

Tutto è ancora così limpido nelle nostre menti. Troppo, per dimenticare. Troppo, per dare adito alle polemiche. Eppure, l'italianissimo vizio ha preso di nuovo il sopravvento. Calendari, recuperi, presunti vantaggi e millantati svantaggi: la gazzarra, dal silenzio, è ripartita. Sottovoce, ma comunque fragorosa. Irritante, soprattutto. Irrispettosa, poi: volgare, quando sabato si è visto morire di calcio un ragazzo di 25 anni. Polemos, il demone della guerra, s'è di nuovo incarnato nei presunti profeti da due spiccioli del nostro pallone.

Una crepa dolorosissima in un mondo che sembra dorato, mai scalfibile. Ha fatto sentire tutti più fragili. Ci ha ricordato che anche loro sono uomini. Ha rigato di lacrime i volti di chi lo conosceva. Ha colpito sportivi e non: tutti toccati dalla storia tragica di un ragazzo speciale. Uomo davvero. Ha fatto ripensare lo stereotipo del calciatore superdivo, irraggiungibile, solo soldi e divertimento. Morosini non era così. Ha affrontato i dolori più grandi che la partita della vita ti riserva. Li ha affrontati e li ha superati con coraggio, andando avanti e mai fermandosi.
 
Bergamo ha perso un bergamasco straordinario. L'Atalanta ha perso un suo figlio, uno di famiglia. Uno dei tanti uomini - già, uomini, prima che calciatori - cresciuti in un vivaio che è innanzitutto palestra di vita. Aveva il talento, aveva sette polmoni, aveva un piede raffinato. Ma non era riuscito ad affermarsi sul grande palcoscenico, arenatosi in un girovagare per lo Stivale che ne aveva in parte eclissato la classe. Lui, che a livello giovanile strappava applausi e affermazioni. Una presenza fissa nelle Nazionali giovanili. L'ennesimo riconoscimento al lavoro straordinario di chi sa valorizzare al massimo la vena aurifera della cantera atalantina.
 
Se n'è andato all'improvviso, in maniera tragica. In continuità col filo nero di una storia personale attraversata da disgrazie e sofferenze. Eppure, mai si era fermato. Ora Bergamo lo vuole ricordare. Lo deve ricordare. E dedicargli la Curva Sud dell'Azzurri d'Italia è l'attestato giusto. Non hai calcato quel prato con la casacca dei suoi sogni, quella nerazzurra. Forse, un giorno, l'avrebbe fatto. Chissà... Chicco Pisani e Mario Morosini, uno di fronte all'altro, in quello stadio che è stato nei loro cuori. Chicco e Mario, a raccontarsi quel che è stato e quello che purtroppo non sarebbe stato. Bergamo piange ancora. Ma dentro, nel cuore di tanti, si porterà sempre il grande insegnamento di chi non ha mai mollato.

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