E' una storia scomoda perché è una storiaccia. Il mondo del calcio ha tentato di dimenticarla. Invano. Resterà incancellabile e scolpita per sempre nella pietra della memoria come una delle pagine più tristi e nere che compongono il grande romanzo del pallone. Il titolo del capitolo è quello di “scandalo delle scommesse”. E’ vecchio di trentotto anni ma per nulla sbiadito nella mente di coloro che furono i malaugurati protagonisti di quella vicenda balorda e delle vittime di una clamorosa truffa che infangò il nome dello sport, ovvero i tifosi autentici.

Uno degli attori principali di questo “dramma all’italiana” si chiama Maurizio Montesi. Era nato a Roma nel 1957 quindi, appena undicenne, non era in grado di comprendere le ragioni portate avanti dal Movimento Sessantottino per cambiare la società e rendere il mondo più giusto. Ma evidentemente Montesi inalò a pieni polmoni quell’aria che spirava in tutta le città del nostro Paese, oltreché del mondo capitalista, e ne rimase contagiato ideologicamente. Tant’è nel calcio verrà sempre ricordato come “il compagno Maurizio”.

Era piccolino e fragile, ma possedeva due polmoni da leone. Il gioco del pallone era la sua passione infinita. Lo tramutò in professione. Nel momento sbagliato ma soprattutto nel posto sbagliato. Lui che non era un “pariolino” venne ingaggiato dalla squadra più borghese e dichiaratamente fascista della capitale. Fin da subito, nelle giovanili, si era capito che Montesi rappresentava un corpo estraneo in una società i cui giocatori lo salutavano appena per via delle sue idee politiche. Peggio che mai in prima squadra dove lo volle fortemente il mister Bob Lovati che per lui stravedeva. Manfredonia, Giordano, Wilson, Martini: i “capi” storici di quella Lazio gli facevano il vuoto intorno. Lui, l’anno prima in prestito all’Avellino, aveva rilasciato un’intervista al quotidiano “Lotta Continua” denunciando la società irpina di collusioni con la malavita locale  e di sistemi clientelari nella gestione.

Una “mosca rossa” in un panorama “profondo nero”, quando tornò alla Lazio e, il giorno dell’assassinio di Paparelli, chiese ai compagni di non scendere in campo. Manco gli risposero. Soltanto lui rimase nello spogliatoio. Piccolo e fragile ma, a suo modo, un duro. Il Sessantotto per Montesi era stato un punto di partenza e una strada dalla quale deviare dopo aver infilato la via, buia e sbagliata, di quella che poi verrà battezzata lotta armata sotto l’etichetta di Prima Linea e Brigate Rosse. Inammissibile per il mondo del calcio anche se Maurizio non era certamente un terrorista ma soltanto un cocciuto e convinto  rivoluzionario ortodosso.

Altro giro di giostra e nuova intervista bollente, questa volta per il settimanale “Panorama”. Montesi accusa le società di stare trasformando il calcio in una macchina sputa soldi a scapito dei tifosi e della regolarità dei campionati. Il tutto con l’appoggio delle bande ultras. Chiamiamolo pure veggente, tanto è che il 24 febbraio del 1980 al giovane giornalista d’assalto Oliviero Beha il calciatore confida che c’è del marcio anche tra tra i suoi colleghi di quasi tutte le società e che prima di un Milan- Lazio il capitano Wilson gli aveva chiesto di taroccare la gara.

La miccia è accesa e le Procure, che già stavano indagando, fanno esplodere la bomba la domenica del 27 marzo quando finanzieri e carabinieri entrano nei campi di gioco e fanno scattare le manette ai polsi di professionisti ricchi e famosi ma anche birbaccioni scommettitori. Il calcio impiegherà molto tempo per rialzare la testa all’onor del mondo. Montesi stesso, paradossalmente, verrà squalificato per omessa denuncia. Non tornerà più a giocare. Oggi, sessantenne, dicono sia andato a vivere in Francia. Ma il suo “fantasma” ancora turba le notti di coloro per i quali il pallone non era soltanto un gioco.