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  • Agnelli, De Laurentiis e la sindrome cinese: i baluardi del made in Italy

    Agnelli, De Laurentiis e la sindrome cinese: i baluardi del made in Italy

    • Marco Bernardini
    Era possibile trovarli sistemati agli angoli delle strade nelle grandi città. Dietro un banchetto con le ruote sul quale, allineati con grande cura e ordine, stavano in bella vista cravatte da uomo e foulards da donna. “Tle pezzi pel dieci lile” era il mantra commerciale con il quale un omino giallo di pelle e con un sorriso statico sulla bocca invitava i passanti a sostare e possibilmente ad acquistare quelle merce priva di etichetta. Era l’Italia dell’immediato dopoguerra, ferita in profondità dai disastri provocati dalla sragione planetaria ma egualmente intenzionata non solo con le parole a tornare a riprendersi la vita. Il “clavattaio” di strada, insieme con altri suoi simili sparsi nelle vie di quelle che sarebbero con il tempo diventate metropoli urbane, rappresentava già allora l’avamposto di un esercito di uomini e di donne e di bambini che,  a casa loro, attendevano soltanto un segnale per dare il via all’invasione.

    Era l’altra metà del cielo sopra il pianeta terra. Era la Cina, il Paese più popoloso al mondo con le radici affondate in una Storia senza eguali per cultura e per ordinamento politico. Dalle dinastie Ming alla Repubblica di Chang-kai-schek fino alla rivoluzione culturale di Mao-Tse-Tung. Tre momenti diversissimi tra loro legati da un unico denominatore comune: la supremazia esercitata in maniera violenta dal potere  di pochi sulle masse, perlopiù contadine, di affamati e di straccioni. Nessuno allora, neppure gli analisti socio-politici più visionari, avrebbe potuto immaginare che il Tempio del comunismo internazionale ortodosso si sarebbe trasformato nel giro di pochi decenni in una macchina da guerra economico-finanziaria e a suo modo paradossalmente liberista talmente sofisticata e potente al punto da condizionare i mercati e persino le politiche di tutte le cosiddette grandi nazioni. Tant’è, oggi non è fuori luogo parlare, tout court, di sindrome cinese.

    Gi ottimisti e anche un poco fatalisti l’hanno voluta battezzare con il termine “globalizzazione”. Osservato da una differente angolazione il fenomeno in atto ormai in maniera irreversibile andrebbe chiamato per quello che realmente è: “invasione” piuttosto che “occupazione”. Di fatto una forma di contemporaneo “neo-colonialismo” il cui prezzo, dopo i Paesi dell’Africa nera, l’Italia ha cominciato a pagare. La discesa in campo del nuovo “imperatore” cinese Zhang Jindong a cavalcioni della “tigre” Suning, il neo padrone dell’Internazionale Football Club, è avvenimento emblematico per quelle che sono le autentiche intenzioni di chi ha voluto scegliere il pallone come cavallo di Troia per portare a termine con successo il disegno della conquista. Il calcio, visto come azienda e gestito secondo i canoni della produttività, è forse l’unico “now au” che ancora manca all’economia cinese per completare il quadro del “potere globale”  estero e anche interno. Una cosa deve essere ben chiara a tutti. Nessuno in Cina può fare nulla senza il placet governativo. Neppure un potente come Zhang il quale ha comprato l’Inter certamente non per amore, ma per garantire allo status quo di Pechino prima ancora che a se stesso nuove risorse economiche e finanziarie attraverso le quali rendere ancora più forte un Paese già fortissimo. E’ chiaro che per arrivare alla realizzazione di un progetto così ambizioso il cavallo di Troia nerazzurro dovrà essere vincente. Sicchè, sotto questo profilo, hanno ragione i tifosi nerazzurri a rallegrarsi per questa “new entry” miliardaria che certamente riporterà la squadra sulle vette più alte. Ma ragionando sul lungo termine e soprattutto sugli “affetti” l’operazione sino-milanese mette una grande tristezza. La perdita di identità locale (cioè italiana) sarà il primo effetto al quale seguiranno fatalmente un grave aumento della disparità sportiva che già esiste tra società grandi e piccole (ma comunque di casa nostra), il ridimensionamento della sovranità calcistica nazionale e persino un degrado “ambientale” e umano per il nostro calcio giovanile.

    La domanda, ora, è una sola. Vale la pena barattare il nostro gioiello di famiglia la speranza , ovviamente molto concreta, di ottenere nuovi successi nazionali e internazionali “made in Cina”? Secondo il mio punto di vista assolutamente no. E’ vero, io non sono interista. Però amo il calcio. Anche quello che fu dei Moratti, dei Rizzoli, dei Viola, dei Mantovani, dei Luzara, dei Pellegrini, dei Pianelli, dei Rozzi e degli Arrica. Quello che, a quanto pare, oggi viene difeso e preservato soltanto da Andrea Agnelli e da Aurelio De Laurentiis portabandiera di un made in Italy calcistico-aziendale vincente senza la necessità di incantesimi orientali. E, forse, non è escluso che tra le cause che hanno provocato a Silvio Berlusconi gli scompensi cardiaci per i quali è stato costretto  all’ospedalizzazione ci sia anche il dolore di poter vedere il  “suo Milan” contaminato dalla sindrome cinese soltanto perché i suoi figli e gli azionisti Fininvest non ne vogliono sapere.

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