L'impresa della Juve contro il Barcellona ha ancora una volta dimostrato – ove mai ce ne fosse stato bisogno – che se al mondo esiste un tipo di calcio capace di imprese eroiche che vanno contro ogni pronostico, ma soprattutto capace di mostrare nervi saldi e fermezza assoluta di fronte alla potenza di un nemico invincibile e spaventoso, quello da sempre è il calcio Italiano. Il Mundial dell'82, quello del "cielo sopra Berlino" del 2006, fino ad arrivare alla Juve dell'altra sera ne sono tutti esempi storici. Il calcio italiano è come San Giorgio che sconfigge il Drago, Davide contro Golia, Ulisse contro i Troiani, il tutto condito con quella capacità di rimanere fermi e impassibili di fronte ad una minaccia spaventosa, consapevoli della propria forza morale e dotati di una ferrea e incrollabile fede nei propri mezzi.

La Juve, con lo 0-0 imposto in casa degli arroganti catalani, ha dato anche un segnale forte e chiaro a tutti coloro che negli ultimi anni si erano appiattiti su quel modello di calcio proveniente dalla Spagna, un calcio totalmente offensivo che si svolge per lo più palla a terra, un calcio che ha sempre esclusivamente pensato allo spettacolo e quasi mai alla tattica. Lo 0-0 del Camp Nou ha una valenza persino superiore al 3-0 dell'andata, perchè ha interrotto una striscia di ben 15 vittorie consecutive cominciata addirittura quasi 3 anni fa, precisamente con la vittoria per 1-0 contro l'Apoel il 17/9/2014 nell'edizione della Champions 2014/15, senza considerare poi che per trovare una partita in cui il Barça non andava in gol al Camp Nou bisogna risalire al 19 novembre scorso, quando pareggiò per 0-0 contro il Malaga. 

Evidentemente tutto ciò non ha impressionato più di tanto i puristi del bel gioco, e tra di essi c'è il sempiterno Arrigo Sacchi, che dopo una partita come quella di Barcellona, ha avuto l'ardire di rivolgere delle critiche per certi versi anche feroci, oltreché inopportune, allo stile di gioco esibito dalla squadra di Max Allegri, portando a paragone come esempio quello del Bayern contro il Real, che per carità, sarà stato anche più spettacolare della Juve del Camp Nou, ma a differenza di questa è stato eliminato , (anche a causa di un arbitraggio scandaloso), un piccolo particolare che sembra essere sfuggito al profeta di Fusignano. Ma sappiamo tutti come è fatto Sacchi, sono anni, anzi decenni ormai, che ama sempre ripetere che le squadre italiane dovrebbero avere una mentalità più corsara per andare a imporre il proprio gioco anche in trasferta come faceva il suo grande Milan, dimenticandosi però del fatto che proprio quel Milan nell'arco delle tre campagne europee sotto la sua conduzione tecnica alla fin dei conti vinse in trasferta in tre sole occasioni (Vitosha Sofia – Milan 0-2, 1988/89; HJK Helsinki – Milan 0-1, 1989/90 e infine Bruges – Milan 0-1, 1989/90). Certo, è vero anche che all'epoca si giocava molto di meno rispetto ai giorni nostri, ma comunque tre vittorie su undici partite in trasferta, forse erano un po' poche anche per quel Milan, visto che all'epoca non c'erano neanche le tanto temute quadre inglesi. Ma al di la di questa digressione storica, quello che molti non vogliono proprio capire è che nel calcio giocare bene non vuol dire solo giocare all'attacco e fare caterve di gol. L'importante è raggiungere l'obiettivo e per farlo si possono percorrere vie meno appariscenti.

Facendo un parallelismo tra il calcio e gli scacchi ci accorgeremmo che esistono fondamentalmente due strade da seguire, la più appariscente è quella dello spettacolo e dei numeri di alta scuola, l'altra è quella dell'attesa e del gioco di posizione. Nel calcio questo tipo di gioco ha avuto le sue migliori espressioni nel calcio totale prima e nel tiki-taka poi, negli scacchi il loro corrispondente è il gioco combinativo, che si svolge sul campo aperto, con scambi violenti e sostanzialmente anche li con uno schieramento sguarnito di pedoni, quindi senza difesa. Poi esiste un altro modo di giocare e vincere, e nel calcio quello stile di gioco prende il nome di gioco all'Italiana volgarmente conosciuto come catenaccio, anche negli scacchi esiste qualcosa di simile e si chiama gioco di posizione, ovvero un tipo di partita impostato su due schieramenti chiusi e arroccati, abbarbicati uno sull'altro, ma con una terribile caratteristica, e cioè che il primo che commette l'errore ha praticamente perso la partita. Sia nel calcio che negli scacchi esistono quindi due stili di gioco, uno improntato all'attacco: scriteriato e a viso aperto e per forza di cose spettacolare e l'altro invece più ragionato e accorto, sicuramente meno spettacolare ma anche più cinicamente efficace, perché ottiene il massimo risultato con il minimo sforzo.

Il calcio Italiano è da sempre quello che ha sposato la seconda filosofia di gioco e forse proprio per questo meglio di qualsiasi altro è riuscito spesso a sovvertire i pronostici, a sopportare lo stress, e soprattutto a portare con estrema eleganza gli abiti dello sfavorito. Il calcio italiano è quello che al momento della verità riesce sempre a sfoderare la prestazione che non ti aspetti, sorprendendo soprattutto quegli avversari troppo sicuri di se, come il Brasile del 1982, la Germania del 2006 fino ad arrivare al Barcellona dell'altra sera con un Neymar uscito in lacrime perchè incredulo davanti ad un'eliminazione così inaspettata.