Mai e poi mai. L’esegesi di un murales, mai e poi mai. Era questa la posizione igienista che avevo, finché per caso, navigando, non ne ho incontrato uno molto speciale, fotografato e riportato sul sito di Orgoglio Amaranto, il portale del comitato di tifosi che detiene il 2% delle quote dell’Arezzo. La scritta pare sia comparsa nella città toscana il 22 novembre del 2014, vicino al sottopassaggio di Via Vittorio Veneto. Nel giro di un anno, viene fatta cancellare dall’amministrazione comunale, che la tratta come un murales qualunque. Rispuntò il mattino dopo, e si aprì il dibattito: una città divisa, addirittura il vicesindaco che stigmatizza l’episodio. Ora io non so se ci sia ancora, lì, su quel tratto di muro, o se sia diventata semplicemente qualcosa di più.. virtuale, questa scritta. Sta di fatto che  quel “Sei bella come la rovesciata di Menchino Neri” non meritava proprio una mano grigia di vernice. 

Dirò di più, andava subito salvaguardata e spiegata al turista distratto, agli aretini più giovani, con una nota a piè di muro in grado di rivelarne originalità e profondità. Infatti non fu una semplice rovesciata quella di Domenico ‘Menchino’ Neri, capitano e giocatore simbolo dell’Arezzo negli anni Ottanta, fu qualcosa di molto più bello. Venite pure avanti con le vostre rovesciate, Vialli, Van Basten, Youri Djorkaeff; no, nessuna sarà mai come quella di Menchino. Così commovente. 

La partita in questione era la penultima, la 37esima della stagione 84/85; la Serie B, il campionato. L’Arezzo si giocava la salvezza in casa contro il Campobasso, e intorno al 20’ della ripresa si era ancora sullo 0-0. Che 9 giugno indimenticabile da quel minuto in poi! L’arbitro concede un calcio di rigore ai padroni di casa. Dal dischetto, Neri attende il fischio guardando il pallone, l’angolo alla sua sinistra e il portiere argentino Walter Ciappi, in un ordine impossibile da ricostruire. Un ordine che tuttavia non sfuggì al numero uno del Campobasso, che al tiro balzò forte alla sua destra. Mentre la telecamera indugiava sull’esultanza dei lupi intorno a Ciappi, ormai già pronto al rinvio dal fondo, inizia a margine una delle scene più toccanti che io abbia mai visto su un campo di calcio. Neri che, dal centro, con le mani tra i capelli, poi una sulla fronte, cammina a occhi bassi verso il vertice dell’area piccola, dove si abbandona a terra e si prostra davanti alla sua curva, chiudendosi in se stesso come una chiocciola. Non passa un secondo in quella posizione che arriva il suo compagno Bertoni a rialzarlo con la forza, perché il Campobasso ha già ripreso a giocare. Neri torna in piedi sì, ma sembra non volerne più sapere della partita quando in quello stesso istante si libera dell’abbraccio dell’amico con uno strattone, e prosegue inconsolabile oltre la linea di fondo, dove restano soltanto fotografi. Bertoni intanto lo ha già lasciato perdere ed è corso indietro ad aiutare i compagni. Lui continua ad ignorare tutto e tutti, piegato in due a bordo campo, accanto a una cassetta su cui si va a sedere un fotografo, per consolarlo. Poi ne arriva un altro che però invece di parlargli lo abbraccia, così che in due riescono a spingerlo in campo. Adesso ormai è dentro, anche se appare ancora sconsolato, con quel braccio penzoloni e l’altro piegato sopra un fianco. L’Arezzo, recuperato il pallone, nel capovolgimento di fronte guadagna subito un angolo. Sugli sviluppi, da un contro-cross di Mangoni,  Menchino segnerà in rovesciata la rete decisiva. “Ancora Neri non si è ripreso, lo stanno quasi coccolando, i compagni..”, aveva appena finito di dire il telecronista, mentre il pallone sorvolava l’area. 

Sabato scorso, quasi 32 anni dopo, Davide Moscardelli, l'attaccante con la barba, ha deciso il derby col Livorno con un altro gran gol.