Era quasi un anno fa, era il 26 febbraio. L'Atalanta attendeva la Roma, con qualche dubbio e qualche speranza. Non era un momento brillantissimo, la vittoria mancava da tre turni: ma la classifica non era certo negativa, perché si era al quattordicesimo posto, con sette punti (praticamente otto, in virtù degli scontri diretti) di margine sul Lecce. Un anno dopo, certe considerazioni tornano attuali. Una vittoria, allora, sarebbe servita per virare verso i lidi della salvezza tranquilla.

Il momento che vive in questi giorni la Dea presenta alcuni punti di contatto. Sono sei le lunghezze che fanno da cuscinetto sulla zona retrocessione, e la casella occupata in graduatoria racconta di un quindicesimo posto in linea con la passata stagione. Certo, nella scorsa stagione si era partiti da -6, mentre quest'estate il fardello era più leggero. Ma la freddezza dei numeri sembrerebbe raccontare di due annate senza troppe differenze.

Invece c'è qualcosa di più profondo. L'Atalanta di oggi è lontana parente della Dea guerriera di un anno fa. Una squadra che giocava col sangue negli occhi, col coltello tra i denti: guerriera, arcigna, mai doma. Ecco, diciamocelo: domenica, a Torino, si è invece vista una squadra incredibilmente irriconoscibile. I segnali di ottimismo sono pochi. Un'involuzione preoccupante e lampante, una parabola discendente che prosegue inesorabile da parecchie domeniche a questa parte.

C'è da ringraziare le dirette concorrenti. Che preferiscono il 'ciapa no' e dispensano favori a un'Atalanta che sta vivendo di rendita. Domenica si deve svoltare, tornare alla vecchia Atalanta di sudore, sacrificio, grinta. Farlo con la Roma non è ovviamente facile. Ma si può fare. Riguardiamoci la videocassetta di un anno fa: 4-1, un pomeriggio da sogni, la Dea perfetta. Ritrovarla domenica pomeriggio, dopo le ultime prestazioni incolori, beh, sarebbe una resurrezione con un mesetto d'anticipo sulla Pasqua.