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  • Baggio, le lacrime di un uomo

    Baggio, le lacrime di un uomo

    • Marco Bernardini
    Mi piace, sentendone assolutamente il dovere, di tornare ancora una volta su Roberto Baggio dopo averne già scritto e dopo aver soprattutto letto in questi giorni un numero incredibile di commenti corredati da giudizi perlopiù legittimamente positivi, ma talvolta anche sorprendenti perché carichi di malizia o di ingiustificati sospetti. 

    Ieri le televisioni di casa nostra e poi, via via, quelle di tutto il mondo hanno mostrato le immagini di un uomo celebre e di grande fama sportiva che aveva deciso di festeggiare il suo cinquantesimo compleanno non al caldo di un luogo esotico o anche soltanto glamour come per esempio Forte dei Marmi dove per i vip è obbligo farsi notare. Roberto Baggio aveva scelto, per sé e per la sua bella famiglia composta dalla moglie Andreina e dai figli Leonardo e Mattia, il palcoscenico di una tragedia autentica dove le ferite causate alle cose e agli uomini sono talmente profonde da apparire incancellabili. E purtroppo, forse, lo saranno malgrado le mille promesse e la stessa buona volontà.

    Passeggiando lentamente tra le rovine di Amatrice e poi pranzando insieme con la gente rimasta aggrappata con feroce amore a quella loro cittadina fantasma, Roberto Baggio ha avuto la conferma di ciò che si era raffigurato prima di questa visita. Nessuna ripresa televisiva e nessun racconto giornalistico, seppure scrupoloso, ha il potere di far sentire veramente quella che è la vera verità di un dolore cosmico. Sicché, dietro gli occhiali scuri che Roberto indossava, a un certo punto e a metà di un’intervista sul viso dell’uomo sono comparse delle lacrime a rigare le guance. E lui ha smesso di rispondere perché la voce non riusciva più a uscirgli dalla gola se non con un lamento strozzato.

    Il mondo intero aveva già avuto modo di veder piangere Roberto Baggio. In quel torrido forno a microonde che era lo stadio californiano di Pasadena, quel 17 luglio di un’estate più sahariana che non americana, allorchè il suo piede non riuscì ad essere magico come avrebbe dovuto e spedì il pallone del sogno mondiale azzurro a visitar le stelle. Baggio pianse. Ma erano lacrime di rabbia e figlie della frustrazione professionale quelle. Ben diverse, per calore e per motivazione, da quelle provocate da un dolore la cui portata e il cui peso possedevano una valenza emotiva immensamente più profonda e meno nevrotica rispetto all’evento tutto sommato banale e certamente non violento di un calcio di rigore, sicuramente importantissimo, fallito.

    Ebbene proprio il pianto di ieri ha confermato la statura interiore e morale di una persona talmente “normale” da meritarsi la definizione di “gigante” in un mondo dove la “normalità” quotidiana di pensiero e di azioni sembra purtroppo essere diventata un optional ridicolo riservato ai sempliciotti o ai poveri di spirito. Una testimonianza della quale non vi era necessità per tutti coloro che apprezzano Baggio e che sanno quale tipo di persona sia. Una risposta però molto utile a tutti coloro i quali, giudicando senza conoscere, hanno dubitato sull’autenticità e sulla pulizia intellettuale dell’uomo. Non erano lacrime di scena quelle di Roberto Baggio così come Amatrice non era un set cinematografico allestito per girare l’ennesimo spot lanciato da un campione ricco e  famoso.
     

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