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  • Bernardini: un po’ Sarri e un po’ Rivera, è l’Alessandria che sogna in grande

    Bernardini: un po’ Sarri e un po’ Rivera, è l’Alessandria che sogna in grande

    Una bella storia per poter essere anche una grande storia ha bisogno di custodire nel suo cuore qualche cosa di drammatico o persino di tragico. Sotto questo profilo, la nostra può essere collocata senza paura di sbagliare il 25 gennaio 1995. Venti anni fa, dunque, due mesi e un giorno dalla fine del mondo. Proprio così la brava gente di una provincia piemontese aveva battezzato la grande alluvione provocata dalla tracimazione del fiume Tanaro. Una tragedia epocale che ancora adesso mostra le sue ferite. Ebbene quel giorno, il 25, appunto era di domenica. Mi ritrovo sul treno che da Torino porta ad Alessandria. Seduto accanto, nello stesso scompartimento, un bel giovane scapigliato. E’ Alessandro Baricco penna emergente della letteratura italiana con già due romanzi alle spalle e in procinto di partorire il terzo “Seta”. E’ inviato per “La Stampa”. Io per “Tuttosport”. Entrambi destinati, quel pomeriggio, a ritrovarci nel medesimo luogo. Nella tribuna stampa dello stadio Moccagatta per raccontare una scheggia del faticoso ritorno alla vita dopo i giorni della tragedia. Per i giocatori dell’Alessandria si trattava della prima partita con il lutto al braccio. Per il sottoscritto e per il mio occasionale compagno di viaggio era l’opportunità di verificare fino a che punto lo sport e, meglio ancora, il calcio possedesse il magico potere della consolazione. Per novanta minuti, in uno stadio stracolmo,  le lacrime si asciugarono sui volti di gente pronta di nuovo a sorridere e ad alimentare una passione indomita. “Alè grigi!”. E grazie.

    Capirete perché l’altro giorno non sono riuscito a frenare un improvviso senso di goduria vedendo quel che era accaduto al “Barbera” di Palermo con l’Alessandria la quale aveva messo sotto i ben più ricchi giocatori di un legittimamente incazzato Zamparini. Mica per antipatia verso la squadra siciliana, che mi è simpaticissima, ma per senso di grande onore alla memoria e a quel giorno di venti anni fa nella terra delle grandi nebbie. Un posto delle fragole, per il calcio e per i suoi autentici appassionati, quello che geograficamente forma il quadrilatero Novara-Casale-Vercelli-Alessandria. La sana provincia piemontese che, per anni e prima dell’avvento del pallone drogato dal denaro, veniva definita da tutti i critici “L’università del calcio”. E l’Alessandria, intesa come società e squadra, era il faro centrale e più luminoso di quell’evento sospeso tra sport e costume. 

    Alessandria, certamente, vuole dire Gianni Rivera  ovvero un campione pensante e senza eguali del calcio italiano. Significa la storia di un ragazzino di borgata, figlio di un ferroviere e della brava casalinga Edera, capace di cambiare radicalmente il corso di una pagina che pareva già scritta per la famiglia Rivera. Cambiarla con le sue mani. Pardon con i suoi piedi, specialmente con quel sinistro fatato, che gli avevano permesso di esordire già con la maglia grigia numero 10 a sedici anni in amichevole contro una squadra svedese ed essere notato da un maestro come Gipo Viani che gli fece firmare subito un contratto con  il Milan. E lui, nel 1969 in rossonero vinse il Pallone d’Oro. Ma questa è solo la copertina di un romanzo a sé molto speciale che conoscono anche i bambini. Sotto la punta dell’iceberg riveriano, infatti ci stanno tantissime altre vicende squisitamente “mandrogne” i cui protagonisti potrebbero tranquillamente essere personaggi di una favola. 

    Perché ci fu un tempo che l’Alessandria mica le mandava a dire per lettera agli avversari. Il Moccagatta era una tana dalla quale in pochi uscivano con le ossa in ordine, metaforicamente parlando naturalmente. Un maestro inglese in panchina, Arthur Smith, e giocatori come Bertolini, Borel, Carcano, Baloncieri, Ferrari, Rava, Tagni, Giacomazzi, Cappellaro,  Ferretti destinati a scrivere pagine importanti di storia calcistica. Come quella di un giorno del 1968 quando al Moccagatta, per un’amichevole, arrivò il  Santos di Pelè. Vinsero i brasiliani, naturalmente, ma il Grande Paulista uscì dal campo con la maglia numero 10…grigia che si era fatto dare da chi aveva tentato di marcarlo. Poi ci fu il declino, per ragioni economiche e per elefantismo del calcio o anche soltanto perché sta scritto nelle stelle che le cose debbano andare in un certo modo mortificando le favole.. Ora con il presidente Luca Di Masi pare decisamente andare meglio e c’è chi sogna una nuova primavera in grigio. E probabilmente ha ragione. Anche perchè, tre anni fa seure per una sola stagione, l’Alessandria è stata allenata e istruita da Sarri. Proprio lui, il nuovo mago di Napoli che oltre a essere bravo pare porti anche fortuna.

    Marco Bernardini

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