Le grandi rivalità sportive tendono a sfuggire ai paragoni. Tra epoche diverse, ancor di più tra discipline differenti. Anche quando si colgono analogie caratteriali tra i protagonisti, pur plausibili, la forzatura è sempre dietro l'angolo. Tenendo presente questa regola d'ingaggio, si può però volare di fantasia. Molti ci hanno provato in questi giorni, magari dopo aver visto nelle sale Borg McEnroe. La trasposizione cinematografica del dualismo che ha aperto l'era del tennis moderno. Pensando al calcio, l'azzardo minore ci porta a pensare a Mazzola e Rivera. La staffetta di Messico '70 sublimò il confronto tra un approccio al calcio più aristocratico (il rossonero) e quello di lotta e di governo (il nerazzurro). Se anche la finale di Wimbledon del 1980 vi ha trasmesso le stesse sensazioni, potete andare avanti nella lettura. 





L’antitesi nasce totale. Svezia contro Stati Uniti. Ghiaccio e ardore. Il vigore del braccio destro contro il polso mancino vellutato. Regolarità difensiva da una parte, anarchia del gesto tecnico d’attacco dall’altra. Il controllo emotivo esasperato che incrocia racchette spaccate e imprevedibilità. Bjorn Borg e John McEnroe hanno spinto di forza (l’uno) e di classe (l’altro) il tennis degli anni Settanta fuori dalla dimensione d’elite. Hanno aperto la strada a una nuova era, quella moderna, senza però rinnegare il fascino antico dei gesti bianchi.

La loro rivalità è deflagrata al punto da non poter evitare effetti collaterali: oggi Bjorn e John sono amici. Poli opposti che si attraggono. La storia è relativamente breve, più che mai adatta a essere condensata in 100 minuti di pellicola: appena 14 partite in quattro anni, complice la non perfetta contemporaneità tra le due vicende umane e sportive. Prima viene Borg, capace di vincere tutto per poi esaurirsi come il bagliore di una cometa, nel pieno della maturità agonistica. Poi McEnroe, che arriva quando Borg era già tale e inizia a buttare sabbia in un ingranaggio che sembrava perfetto. Molte puntate in meno di quelle raccontate ai giorni nostri dai 13 anni di Federer-Nadal, articolati in quasi 40 sfide. Per chi non ha vissuto in prima persona quell’epoca, proprio il contemporaneo dualismo tra Rafa e Roger può rendere in qualche modo l’idea.

LE SFIDE – Solo 14 volte l’uno contro l’altro, dicevamo. Il primo incrocio nel 1978, a Stoccolma. Il diciannovenne McEnroe fu subito in grado di battere Borg, che aveva già vinto due volte sull’erba londinese e tre il Roland Garros. Poi l’epopea di Wimbledon. Finale 1980, per molti la partita più bella di sempre. Vittoria soffertissima di Borg che centrò il suo quinto Championships. La sconfitta non impedì però a McEnroe di realizzare l’impresa di giornata, portandosi a casa il quarto set dopo 34 punti di tie-break. Borg si vide cancellare cinque match point, per poi vincere al quinto set. Di un soffio. Era ancora il più forte, ma con la piena cognizione di aver incrociato chi poteva accelerarne il tramonto. Per gli appassionati di tennis quella finale rappresenta il culmine di una grande rivalità, arrivata al punto più alto dal punto di vista tecnico e mediatico. L’inerzia però stava cambiando. Pochi mesi dopo McEnroe vinse la finale degli US Open, un anno più tardi si prese la rivincita a Wimbledon per poi stendere ancora lo svedese nello Slam americano. Borg aveva perso il controllo del tennis mondiale. Si ritirò assai precocemente nel 1983, a 26 anni. Non merita approfondimenti il nostalgico tentativo di ritorno sulla scena, sei anni più tardi. Gli almanacchi conservano traccia di 64 tornei vinti in carriera dallo svedese, 77 dallo statunitense (guardando solo al singolare).

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