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  • Bucciantini: le colpe di Inzaghi, Mazzarri e Montella, e quelle dei loro dirigenti

    Bucciantini: le colpe di Inzaghi, Mazzarri e Montella, e quelle dei loro dirigenti

    È una domenica importante perché esalta squadre che in campo lavorano bene, insieme. E punisce squadre di maggior lignaggio e minor logica. Quando il 31 agosto sentenziammo delusi che il mercato aveva spostato poco gli equilibri esistenti, e perlopiù aveva lasciato incomplete quelle squadre che ambivano ad avvicinarsi a Juventus e Roma, fummo criticati da chi aveva il tifo a muovere i polpastrelli sulla tastiera. Invece quello resta un tema decisivo che oggi inquina il lavoro di tecnici in evidente difficoltà. Per stare sulla cronaca di quest’ultime 24 ore, Inter, Fiorentina e Milan hanno incongruenze tattiche di doppia origine: il mancato lavoro dei dirigenti (e forse, più in generale e più onestmente, delle proprietà) e una certa confusione degli allenatori.

    A volte è più importante essere “squadra” che essere forti. Sampdoria e Palermo sono squadre con pochi punti di forza, qualità a piccole dosi, ma costruite bene, lineari nello sviluppo del gioco, e con molti giocatori che non soffrono il lavoro duro: ce n’è sempre, per tutti. La Sampdoria sarebbe spesso battuta se si limitasse a svolgere temi tattici di gioco, dunque si preoccupa di abbassare il livello tecnico degli altri: la tattica, va ricordato, è un concetto ambivalente che prevede strategie che valorizzino le proprie qualità e che deprimano quelle avversarie. Il Palermo muove benissimo i due attaccanti, che sanno manovrare insieme e sanno assecondare gli inserimenti dei centrocampisti. La fase difensiva è ordinaria, certamente poco stressata da avversari tutt’altro che organici: basta questo, soprattutto contro due squadre che invece mostrano limiti amplificati dalle ambizioni. 

    La Fiorentina ha un’idea corale di manovra, ma il suo giocatore più importante vive la partita come un fatto personale. Cuadrado attacca il muro, fa lui i “suoi” tempi di gioco. È delizioso e può essere decisivo, ma resta sempre il peggior compagno di reparto per qualsiasi attaccante. Non si gioca insieme a lui, non esiste la possibilità di un movimento concordato, di un passaggio sul primo movimento, che è sempre il più importante da assecondare. Per questo, la sua migliore primavera calcistica (l’ultima) ebbe accanto un giocatore inesistente, quel Matos che terminò il campionato con quasi 30 presenze, e nessuna rete. Accanto a Cuadrado e Babacar (o chi per lui) serve sempre almeno un altro giocatore d’attacco per tentare un gioco di reparto. Ma non può essere Ilicic, che tende all’isolamento, che non fa “quantità” di gioco (per ora anche poca qualità) e che comunque preferisce ricevere palla sui piedi, connotando di prevedibilità il gioco viola. Infortunato Rossi, la società doveva provvedere con un attaccante di movimento, capace di attaccare dai lati anche senza palla, di sveltire gli ultimi trenta metri. Dice che sia Marin: ma come si fa a ritenere valido un acquisto che dopo dieci partite non ha ancora giocato un minuto?
    Poi serviva un titolare a centrocampo, capace di smerigliare un po’ il palleggio e incattivire l’azione. Un acquisto vero, importante. Sono arrivati Badelj, Brillante, Kurtic, Octavio: nessuno vale i vecchi titolari. Poi era necessario mettere un po’ di corsa sugli esterni che non riescono a essere protagonisti in avvio di azione. È arrivato Richards: sarà difficile vederlo superare la metà campo. Beninteso, la Fiorentina è una buona squadra, ha personalità, classe. Montella ha lavorato profondamente in questi anni, ma questa stagione sembra tutto involuto, l’identità è dapprima scivolata nel manierismo, poi s’è smarrita. Per ora ha mostrato poche soluzioni, e Montella deve lavorare con coraggio e con poco riguardo per ampliarle. Invece sembra indurito su alcune convinzioni perdute. Per esempio, ieri nel campaccio di Marassi, non aveva molto senso la ricerca di una trama palla a terra, e l’impiego di tutti quei palleggiatori: meglio attrezzarsi alla lotta e prevedere soluzioni diverse, più estemporanee (un tiro di Vargas, anche). Ma il tecnico soffre l’enorme divario fra gli obiettivi che la società ha indicato all’inizio del campionato e i mezzi di cui è stato fornito per raggiungerli, smisurati (i Della Valle pagano 34 giocatori), eppure incompleti.

    Eccoci al Milan. Lo abbiamo lodato, fin qui, per la proposta di un calcio d’attacco, con ali tecniche (scelta moderna che allinea i rossoneri alle maggiori squadre europee), terzini arrembanti, poco calcolo e molta voglia. Però c’è un malinteso di fondo: per giocare con il virtuosissimo Menez (che tende al ricciolo, al troppo), con Honda (o El Shaarawy o entrambi) e Torres, serve una mediana robusta e di grande raggio agonistico: campo da coprire ce n’è tanto. Se invece c’è solo de Jong, con Saponara che tende a portare palla e sbilanciare ancora di più la squadra, e Poli che s’inserisce, il campo diventa prateria per gli altri. Si potrebbe rimediare tenendo la difesa altissima, in linea. I dati mostrano che il Milan recupera palla troppo lontano dalla porta avversaria: in sostanza, lascia troppo campo, ma è obbligata a farlo per quanto detto sopra, gli unici interditori sono il mediano olandese e i due centrali di difesa, e loro tendono al presidio. Questo è un guaio rimediabile solo chiedendo agli attaccanti di abbassarsi in copertura (e perdendo così la loro freschezza nel contrattacco, forse solo El Shaarawy ha una corsa lunga…) oppure rischiando una difesa ancora più alta, e avvicinando tutta la squadra alla porta avversaria. Rischioso, ma la velocità dei terzini potrebbe servire. La Roma è ottima nel fare entrambe le cose, in momenti diversi del match. La disposizione al sacrificio degli attaccanti del Milan sembra precludere la compattezza, e allora Inzaghi deve dare un segno di furore e comando, e avvicinare più i reparti. Certo, un palleggiatore come Montolivo servirà a razionalizzare la squadra, ma l’esempio migliore era davanti agli occhi, a San Siro: attaccanti come Dybala e Vazquez cercano sempre di giocare insieme, ogni occasione, e si avvicinano ai centrocampisti per aiutare il disimpegno, e attaccano bene sia lo spazio largo che il breve. 
    C’è una buona idea nella testa d’Inzaghi, ma senza una ricerca di equilibrio diventa megalomania, con rovesci prevedibili e dolorosi. Anche a lui la dirigenza ha dato una squadra troppo densa in determinati reparti e troppo corta in altri, per maliziosa interpretazione di alcuni giocatori: a centrocampo, per capirci, sono in tanti ma la praticità di giovanotti come Van Ginkel e Saponara è dubbia, così come la tenuta di gente quale Essien, dal declino agonistico precoce. Poli è il classico giocatore che nei tempi d’oro avrebbe giocato 40’ al mese, adesso è inamovibile. Quel ruolo chiede certezze che in questo momento si possono spendere solo per de Jong. Nel frattempo, Inzaghi dovrebbe considerare la cosa e forse anche gli avversari. Il suo Milan da piacevole è già diventato un po’enfatico. L’eccesso di protagonisti ieri sera è stato a momenti stucchevole. Oltretutto, se si vuol partecipare anche con i terzini all’attacco, bisogna informare Menez che la palla va data via subito, altrimenti lo sbilanciamento è ferale.

    Poi c’è l’Inter. Qui il caso è diverso: la proprietà non ha avuto infingimenti di grandezza. Ha sempre parlato di conti da sistemare, tantoché c’è stato il lodevole tentativo di ridurre la rosa a un numero ragionevole. Così è rimasto sguarnito l’attacco - sperando magari di vedere qualche giovane in campo, invece che riconoscerlo solo dopo qualche anno, con le casacche di altre squadre… Il mercato è stato fatto, per carità, ma non c’è stato innalzamento del valore di squadra, le lacune esistenti non sono state riempite: dov’è il costruttore di gioco, l’uomo del primo passaggio? Dov’è l’attaccante che svaria, capace di allargare il fronte, di creare appoggio alla manovra, come sempre c’è stato nelle squadre di Mazzarri (da Igor Protti a Lavezzi). Quali sono i giocatori che s’inseriscono senza palla? Vidic, Medel, M’Vila hanno rimpolpato ruoli già forniti e comunque non così essenziali. Ma l’Inter non andava ritoccata: andava ripensata. Anche perché il suo allenatore è così ripetitivo che non azzarda niente di nuovo, almeno non con la necessaria convinzione. L’Inter è facile da capire, è sempre uguale. Anche per gli avversari, che si preoccupano solo di non subire la corsa (timida) degli esterni. La sua partita si riduce a una sola prospettiva: l’Inter può solo sperare di vincere i duelli individuali per prevalere. Quando i migliori sono stanchi, sfasati, braccati, l’Inter perde molti di questi duelli, fisicamente, tecnicamente. E non gioca. E quell’eccesso di portatori di palla squilibra tutta la fase difensiva: fra i gol subiti c’è un dato che fa riflettere: Babacar - e da fuori area - e Sau sono gli unici centravanti che hanno segnato ai nerazzurri. Poi solo attaccanti esterni o trequartisti o centrocampisti o terzini (Callejon, Cuadrado, Vazquez, De Ceglie, Ekdal, Tomovic): le marcature centrali funzionano, le coperture di squadra (diagonali degli esterni, scalature dei centrocampisti, movimenti dei centrali difensivi indaffarati) invece no. E questo è un problema tattico, strutturale, è un problema di Mazzarri.


    Marco Bucciantini
     

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