Sono ormai sedici anni che, salvo una stagione di pausa, il popolo tifoso dell’Hellas osserva il cielo con disappunto e anche con un pizzico di naturale invidia. Lassù i “mussi”, ovvero gli asini in dialetto veneto, continuano tranquillamente a volare. Un evento che prima dell’arrivo del nuovo millennio nessuno francamente si sarebbe aspettato dovesse realizzarsi. Probabilmente neppure i diretti interessati a quello che sulle prime pareva dover essere un episodio fortunato e passeggero immaginavano che quel “volo” potesse trasformarsi in una bellissima realtà praticamente stabile. E oggi, dopo così tanto tempo, nessuno più mostra meraviglia quando dice del Chievo e della sua squadra la quale siede con orgoglio al tavolo delle grandi le quali per lei mostrano grande rispetto. Quelli dell’Hellas continuano a rosicare amaro.

Il mondo cambia velocemente e anche pericolosamente. La natura stessa, come dimostrano i tragici fatti che si susseguono in queste ore nei Caraibi e nella Florida e ora anche in Messico, lancia pesanti messaggi di “protesta” nei confronti dell’uomo che per troppi secolo l’ha violentata. Così, paradossalmente, cicloni tornado e terremoti arrivano a terrorizzare la gente e a seminare il panico in una misura ancora maggiore di quel che spingono a immaginare i missili atomici nordcoreani di Kim o le scellerate scelte fatte da Trump sul “clima”, sulla sanità e sull’immigrazione. La ricerca di un’isola felice nella quale poter trovare rifugio e ritrovare serenità sta diventando problematica e il sospetto atroce è che forse un luogo del genere non esista più se non nella favola di Peter Pan o nelle illusioni visionarie di antichi filosofi.

Il mondo del pallone segue con la testa bassa questa tendenza al disastro provocato dall’esagerazione. In ogni caso continua a rimanere un gioco e a stimolare negli appassionati un minimo di sana decenza. Malgrado tutto e nonostante tutti gli sforzi fatti dai “padroni del vapore” per rovinare il poco di bello che è rimasto, resistono alcune “sacche” dove è possibile ancora apprezzare la faccia positiva del pallone e pensare in maniera positiva a ciò che rappresenterebbe un piccolo passo indietro non verso il passato ma semplicemente nella direzione della normalità.

Emiliano Mondonico, uomo di grande spessore oltreché professionista della panchina di ottimo livello, lo definiva il “calcio pane e salame”. Una forma di gestione dell’azienda e della squadra che anteponeva l’uomo al profitto e che contemplava non il successo ad ogni costo e con ogni mezzo lecito o non lecito ma la partecipazione cavalleresca. Sarà anche archeologia calcistica, ma è anche una piccola e importante sfaccettatura di tutto l’insieme che non è stata mortificata. Il volto bello del calcio. Chievo e il Chievo, nel pianeta delle “grandi” è l’esempio più netto.

Una società diretta da un presidente, Campedelli, il cui volto da Harry Potter già da solo basterebbe per spiegare la sua vocazione per la magia. Una squadra composta da ragazzi più o meno giovani che non appena arrivati in quella realtà metabolizzano immediatamente la filosofia della fatica legata al divertimento e ne fanno la loro regola professionale come fossero un Ordine conventuale. Nella testa dei giocatori clivensi campeggiano orgoglio e passione e senso di appartenenza. Il denaro arriva in seconda battuta. Infine la gente del Chievo che rifiuta la definizione di “tifosi” e soprattutto quella di “ultras” proclamandosi semplici appassionati. Tutti e sempre a favore dei loro ragazzi, mai contro qualcuno. Esiste l’avversario da battere e non il nemico da abbattere.

Questo è il Chievo, figlio di un piccolo paese popolato da brava gente. La squadra che, domani, scenderà sul campo dell’"Allianz Stadium" con il coraggio e la dignità di sempre. Valori che meritano, in ogni caso, applausi insieme con l’augurio di lunga vita tra le “big” le quali spesso faticano a digerire il calcio pane e salame.