C’è sempre una prima volta. Così è accaduto che anche Carlo Ancelotti, allenatore vincente in quell’Europa che lui ha frequentato in lungo e il largo sedendosi sopra panchine di assoluta eccellenza, abbia dovuto subire il trauma dell’esonero in corsa. Certamente non una vergogna e neppure un segnale di decadenza professionale. Semmai uno di quegli eventi che, prima o poi, si verificano nel mondo del pallone  dove l’unica cosa certa è che domani sarà sempre un nuovo giorno. Tutto il resto, risultati pratici compresi, sfugge spesso alla logica e alla razionalità per essere lasciato nelle mani del Caso o delle nevrosi del momento.

Il Bayern di Monaco, cioè i suoi dirigenti, avranno sicuramente i loro validi motivi per legittimare una scelta  la quale con ogni probabilità va ben oltre lo specifico della classifica o del bilancio agonistico raggiunto dopo un pugno di partite giocate in Bundesliga. Le voci di corridoio sussurrano di un divorzio reso inevitabile perché l’allenatore italiano e alcuni giocatori della vecchia guardia bavarese erano andati in rotta di collisione. Non sarebbe certamente la prima volta che un tecnico viene licenziato causa ammutinamento dell’equipaggio o anche soltanto di una sua parte importante. E’ invece la prima volta che un evento del genere vede come protagonista-vittima Carlo Ancelotti. Un personaggio ma soprattutto una persona che, in Inghilterra e il Francia e in Spagna oltreché naturalmente in Italia, è riuscito a farsi apprezzare per il suo impegno e per il suo lavoro specifico sia dai suoi datori di lavoro e sia dai tifosi delle squadre che ha allenato. Un rispetto il quale per ciò che riguarda i giocatori può addirittura essere declinato con la parola amore.

Non è retorica, ma realtà. E’ sufficiente chiedere a quasi tutti gli ex campioni e non i quali hanno avuto modo di giocare per le squadre allenate da Ancelotti per capire quanto di positivo l’uomo Carletto abbia lasciato non solo a livello di ricordo ma anche di insegnamento. E in particolare sotto l’aspetto umano e dei rapporti interpersonali. Una qualità interiore che Ancelotti ha sempre posseduto, prima come calciatore e poi come allenatore. Gli stessi suoi ex ragazzi di quella Juventus per la quale lavorò tre anni alla faccia la quale beceramente non lo sopportava gli sono rimasti molto affezionati e non hanno problemi di sorta nel confermarlo ancora oggi dopo tanti anni. Ora come un contemporaneo Marco Polo e dopo aver tanto dato e altrettanto appreso in giro per l’Europa del calcio Carletto potrà probabilmente decidere di tornare a casa per riprendere quel vecchio discorso con quel calcio italiano che, per certi versi lo aveva tradito forse perché lui non voleva negare di essere un “figlio di Arrigo Sacchi” e della sua filosofia agonistico-sportiva.

Il nostro calcio dovrebbe sentirsi fiero e orgoglioso di poter tornare a contare attivamente su un personaggio e su una persona del genere. Lui, da parte sua,  sicuramente e fin da oggi starà valutando l’opportunità di un eventuale rientro alla base attraverso il quale potrebbe colmare definitivamente lo spazio vuoto di un paio di caselle professionali “incompiute” e comunque lasciate a metà. Milan, Roma e nazionale italiana. Tre momenti che per Ancelotti potrebbero rappresentare il suo ritorno al futuro. Le prime due sono indiscutibilmente le case ideali per il tecnico emiliano. La terza, a Mondiali cotti e mangiati, avrebbe il significato dell’investitura più nobile e popolarmente accattivante. Una cosa è certa. Conoscendo Carletto e il suo modo di essere, lui andrà sempre e soltanto dove lo porterà il cuore.

@matattachia