Fine pena mai. Fine Cassano mai. Forse torna. Forse gli è tornata la voglia. L’ha annunciato lui stesso: «Non sono un ex, sono pronto a tornare». Dove eravamo rimasti? Alla scorsa estate. Stava all’Hellas Verona, in un mattino di luglio annunciò «Smetto di giocare», nel pomeriggio aveva già cambiato idea: «Continuo». Il giorno dopo - tra un tweet e l’altro della moglie che diceva tutto e il contrario di tutto - fece l’ennesimo dietrofront. «Me ne vado dal Verona». E sparì dalla circolazione. Aveva smesso col calcio? Nessuno poteva saperlo. Solo lui. Di anni ne ha trentacinque. Ha giocato l’ultima partita ufficiale l’8 maggio del 2016, con la Sampdoria, nel derby di Marassi. E’ passato un anno e mezzo, un’eternità. La domanda che ci si può porre in questo momento è: ha lasciato lui il calcio o il calcio ha lasciato lui? E ancora: chi ha mollato chi? C’è ancora qualcuno disposto a scommettere sul suo talento? O il suo talento è diventato ormai come un vino tenuto aperto troppo a lungo che ora sa di aceto? Troppe domande, c’è solo una risposta e ce l’ha in tasca Antonio Cassano.

Diciotto anni fa - era il dicembre del 1999 - apparve nel firmamento del nostro calcio con un gol straordinario in un Bari-Inter. Da allora ha seminato molta bellezza, ma soprattutto ha preso a calci la sua classe purissima. Probabilmente in questo ventennio abbiamo sbagliato noi, a pretendere che fosse diverso da quello che è. Cassano è sempre stato un bellissimo incompiuto, che si è fatto bastare la sua diversità. Ora lancia un urlo nella giungla, ma è un Tarzan invecchiato, diventato papà, ci auguriamo sereno, pacificato, con un avvenire da cominciare ad immaginare anche fuori dal calcio. Intanto, però, è l’urlo che ci consegna. Chissà se c’è qualcuno - nel pianeta pallonaio - disposto ad ascoltarlo. Chi è affezionato alla nostalgia può pensare che un Cassano - anche a mezzo servizio, anche al 20-30% delle sue potenzialità - possa essere utile a qualche club, magari in serie B, ovviamente in un part-time, giusto per avere i riflettori puntati addosso per qualche settimana. Chi invece con più cinismo ragiona sulla realtà è indotto a credere che questa sua uscita - nella migliore delle ipotesi - sia il tentativo - tenero, commovente - di un ex calciatore nell’ostinarsi a pensare che sia ancora tutto possibile. Persino fermare il tempo. Cassano vive e lotta insieme a lui. Ma sua è la storia di un eterno Peter Pan che cerca ancora l’Isola che non c’è.