Piccoli borghesi, ma tanto presuntuosi. Puntuale e perfetta l’analisi che Stefano Agresti ha fatto per tracciare l’identikit del nostro calcio, nazionale e societario, in evidente stato di impasse. Alla considerazione del collega mi piace aggiungere un’ulteriore riflessione frutto di ciò che si è visto l’altra sera in Ucraina dove per il Napoli era stata preventivata una passeggiata della salute che, nei fatti, si è risolta in un brutto scivolone.

La squadra di Sarri e del Paperone cineasta, con tutti i suoi primattori strapagati, ha ceduto di fronte a un avversario più provvisto di quel “carburante” pulito che si chiama orgoglio e senso di appartenenza. Un soggetto calcistico, quello al quale Mircea Lucescu ha lasciato evidentemente un’eredità morale di notevole peso (oggi in panchina siede Paulo Fonseca), la cui esistenza non è certamente semplice in un Paese corroso da guerre e guerriglie praticamente quotidiane. Ma con ogni probabilità è proprio questo stato di emergenza permanente a centuplicare le forze e lo spirito vincente dei giocatori della formazione ucraina.

Orgoglio e senso di appartenenza, ripeto. Le qualità che sembrano essersi vaporizzate nell’aria ammorbata del calcio italiano che sempre di più si sta arrotolando su se stesso. Che gli “uomini bandiera” non esistano più è un dato sconsolante ma incontrovertibile. Dai Baresi agli Scirea, dai Maldini ai Furino, dai Totti ai Baggio agli Antognoni e fino ai Del Piero la stirpe dei cavalieri magari con qualche macchia ma senza paura è andata estinguendosi e non ha lasciato eredi. Ma questo, tutto sommato, sarebbe ancora accettabile se non si aggiungesse un altro elemento dalla gravità di gran lunga superiore. Le stesse società di calcio, perlomeno quelle più importanti e potenti, hanno smesso di esistere come “templi” della passione e della dignità sportiva per trasformarsi in strutture aziendali al cui centro non ci sono più gli uomini o gli ideali ma la necessità di salvaguardare e di incrementare il profitto.

Presidenti affaristi, operatori di mercato esosi e senza scrupoli, dirigenti tecnicisti, allenatori egocentrici, vivai praticamente azzerati, vertici federali obsoleti e privi di reale carisma internazionale, giocatori perlopiù mercenari e fatalmente privi di quella scintilla interiore indispensabile per accendere la fiamma dell’orgoglio e del senso di appartenenza. Comunque la si voglia rigirare la fotografia del calcio italiano rimane questa e non è un bel vedere soprattutto perché si risolve in un clamoroso tradimento per il pubblico e per gli appassionati i quali hanno ancora la forza e il coraggio di credere nella forza e nelle bellezza del sogno.

Per la verità esistono ancora alcune sacche di irriducibili votati alla resistenza come a Bergamo, a Chievo, a Udine, a Sassuolo e a Crotone ma si tratta di un “movimento” simile a quello degli indiani pellerossa rinchiusi nelle loro riserve dai latifondisti invasori bianchi. Delle grandi famiglie autenticamente “innamorate” del pallone, dai Moratti ai Rizzoli e dai Viola ai Mantovani, è rimasta soltanto quella degli Agnelli il cui rappresentante attuale, Andrea, sta rischiando anche lui di venir ingoiato dal vortice del calcio piccolo borghese, affarista e presuntuoso.

Ecco, dall’ultimo “esemplare” di una specie in via di totale estinzione ci si potrebbe attendere quel colpo di ala utile al volo della rifondazione. Ma per riuscirci, prima di ogni altra cosa, sarebbe indispensabile cacciare i mercanti dal tempio.