Alcuni calciatori nascono con il destino scritto nel cognome: non importa quanto lontano siano nati, in che ruolo e per che squadra giochino, questi uomini straordinari sono dei predestinati fin dalla prima volta che calciano un pallone e prima o poi, nel corso della loro carriera, si riveleranno decisivi. E' questo senza dubbio il caso di Karel Poborsky, centrocampista ceco nato il 30 marzo del 1972 a Trebon: nella sua storia di vita c'era scritto che un giorno sarebbe diventato famoso in Italia e avrebbe fatto esultare milioni di juventini, facendo piangere al contempo altrettanti milioni di interisti. Poborsky è l'eroe, positivo o negativo, questo sta a voi deciderlo, del 5 maggio 2002.

DAL PRIMO TITOLO CECO AL MAN UNITED, PASSANDO PER L'EUROPEO - Sin dagli esordi, che avvengono in patria, nell'allora Cecoslovacchia, il piccolo Karel dimostra una tecnica fuori dal comune e una personalità di grande spicco, che lo lanciano dalle giovanili del Trebon dapprima alla Dynamo České Budějovice, con la quale disputa l'ultimo campionato cecoslovacco e il primo campionato ceco della storia, e poi al Viktoria Zivkov, nella quale esplode definitivamente, realizzando 10 reti in una stagione da centrocampista esterno e lanciando la squadra sino al quinto posto in campionato e alla finale di Coppa nazionale. La grande stagione disputata attira le mire dello Slavia Praga: i Sesivani grazie alle undici reti di Poborsky battono gli acerrimi rivali dello Sparta Praga e vincono il loro primo storico titolo ceco. Per Karel è l'inizio della fiaba: nell'estate seguente viene infatti acquistato dal Manchester United di Alex Ferguson, dopo un sensazionale campionato d'Europa disputato da protagonista in casa, dove assieme a compagni del calibro di Nedved e Berger riesce a portare la propria nazionale sino alla finale della competizione, poi persa contro la Germania, realizzando anche il miglior gol del torneo contro il Portogallo.

EROE DEGLI JUVENTINI, INCUBO DEGLI INTERISTI - In Inghilterra rimane per un anno e mezzo, collezionando 32 presenze e 5 reti con i Red Devils, con cui vince anche due Community Shield. Nel 1996 giunge diciassettesimo nella classifica del FIFA World Player of the Year e undicesimo nella classifica del Pallone d'Oro, tuttora il miglior risultato per un ceco dopo Josef Masopust e Pavel Nedved. L'addio a Manchester lo porta in Portogallo, al Benfica, dove rimane per tre anni, prima di approdare alla Lazio: a Roma in realtà rende meno del previsto, ma lega indissolubilmente il proprio nome alla doppietta realizzata nell'ultima partita di Serie A della stagione 2001/2002, quando i biancocelesti ormai privi di obiettivi sconfiggono all'Olimpico per 4-2 l'Inter di Cuper, che perde lo scudetto proprio in seguito a quel risultato, lasciando via libera alla Juventus di Lippi. Un'impresa che lo lancia nella mitologia calcistica moderna: eroe per gli juventini, pur non avendo mai giocato nella Juve, incubo per gli interisti. 

DAL RITIRO AD OGGI - L'estate seguente, a 31 anni compiuti, torna a giocare in patria, dove milita per tre stagioni nello Sparta Praga, vincendo due titoli e una Coppa, prima di lasciare per alcuni problemi con l'allenatore dell'epoca. Ceduto in prestito al České Budějovice, squadra di seconda divisione di cui è anche proprietario e con la quale aveva iniziato la carriera, riesce ad ottenere un'insperata promozione nella massima serie ceca, prima di abbandonare il calcio giocato per un grave infortunio. La Federazione della Repubblica Ceca gli offre subito il ruolo di commissario tecnico della Nazionale, ma Poborsky rifiuta per ricoprire il ruolo di presidente del České Budějovice: si ritira indubbiamente come uno dei migliori calciatori cechi di sempre e da detentore del record di presenze in nazionale, 118.  Durante l'ultima estate però il suo nome è tornato alla ribalta delle cronache per un drammatico inconveniente: Poborsky ha infatti riportato una paralisi facciale parziale a causa dell'infezione provocata dalla puntura di una zecca, che si era infilata nella sua folta barba. Le ultime notizie parlano di una lenta ripresa della normalità, con alcuni progetti che l'ex Lazio aveva in mente per ora messi in standby: quel che è certo è che non basta la puntura di una zecca per mettere ko un predestinato...  

@AleDigio89