Alla vigilia di un evento molto speciale come la curiosa partita valida per le qualificazioni mondiali tra Inghilterra e San Marino mi capitò di alloggiare in un bell’hotel di Londra nel quartiere di Kensington. La finestra principale della camera che mi era stata assegnata all’ultimo piano del palazzo si affacciava direttamente sul “castello” nel quale viveva la principessa Diana. Trascorsi un’ora buona del primo pomeriggio a osservare con un binocolino da stadio quel luogo e scrutando tra gli alberi dei giardini, i vialetti e anche puntando verso le finestre ebbi a un tratto l’impressione di aver visto per un attimo la giovane donna che per gli inglesi, e non solo per loro, era diventata la principessa della gente. Probabilmente si era trattato di una semplice illusione, ma ero egualmente contento anche se non era andata come avrei desiderato. 

Mi ritrovai, anni dopo, all’interno di quel sottopasso parigino che da quel giorno venne ribattezzato tunnel della morte. Insieme con un esercito di colleghi di tutto il mondo, dietro le transenne piazzate dalla polizia, osservavo con angoscia il punto in cui l’automobile sulla quale viaggiavano Diana e il suo compagno Dodi guidata da uno chauffeur ubriaco era andata a schiantarsi contro il cemento dell’Alma. Esattamente vent’anni fa, il 31 agosto 1997. Oggi viene celebrata quella data infausta e quella “partenza” che lasciò il monto più triste e anche più povero perché aveva perso tragicamente non una principessa, ma una stupenda persona la quale aveva, tra le tante cose, deciso di regalare parte della sua vita, al prossimo e in particolare ai sofferenti del mondo. 

Anche il mondo del calcio, britannico e non, si è sempre sentito in dovere di sentirsi in debito con Diana. E non soltanto per la passione mai nascosta che la stessa principessa mostrava per il pallone contagiando uno dei suoi due figli, il principe Williams tifoso dichiarato del’Aston Villa, mentre Harry essendo principe di Galles riserva i suoi favori alla nazionale del “suo” Paese avuto in dote. Le immagini di Diana sconvolta e il lacrime, ancora insieme a Carlo, il giorno dopo la tragedia della strage di Sheffield dove morirono 96 persone durante la finale tra Liverpool e Nottingam Forrest oppure la fotografia della stessa principessa che tiene in braccio il bimbo tifosissimo del Sunderland destinato a morire ucciso dalla leucemia e infine la “paparazzata” che ce la regalò insieme con Cantona mentre bevevano un drink da passeggio nel parco di Peter Pan suggeriscono al calcio di onorarne la sua memoria anche oggi. 

Personalmente vorrei ritrovarmi affacciato a quella finestra panoramica dell’albergo che sta a fianco del palazzo reale in Kensington. Vedrei certamente Williams e Harry deporre mazzi di rose nel punto adorato da Diana, il giardino dei fiori bianchi. Chissà, forse potrei scorgere anche la figura di una giovane donna tanto bella fuori quanto bellissima dentro. E forse, questa volta, non sarebbe un’illusione ottica.