Durante l’udienza di venerdì 8 dicembre la giudice Pamela K. Chen è sbottata: “Forse il signor Marco Polo Del Nero ha più amici ai vertici della Fifa”. Lo scenario era l’aula giudiziaria in cui si svolge il processo contro gli ex dirigenti corrotti della Fifa, a Brooklyn, e la giudice si è trovata a pronunciare questa frase al termine di un vivace scambio con l’avvocato Jim Mitchell. Quest’ultimo è il difensore di uno dei principali imputati, l’ex presidente della federcalcio brasiliana (CBF) José Maria Marin, e aveva appena condotto un confronto teso con un testimone d’accusa, l’agente del fisco statunitense Steve Berryman. L’avvocato Mitchell ha chiesto perché mai Del Nero, che di Marin è successore e ne è stato compagno di malefatte, non sia stato radiato dalla Fifa, e anzi continui a guidare il calcio brasiliano. E a quel punto è arrivata la risposta della giudice Chen: evidentemente il signor Marco Polo Del Nero gode in Fifa di protezioni più robuste di quanto fossero quelle in favore di Marin. E resta da capire a cosa si debba questo trattamento di maggior favore.

In effetti, sarebbero molte le cose difficili da spiegare quando si guarda al diverso destino giudiziario dei due ultimi presidenti della CBF. A partire dall’opposto trattamento ricevuto in occasione del blitz condotto il 27 maggio 2015 da FBI e magistratura elvetica presso l’hotel Baur au Lac di Zurigo. Sia Marin che Del Nero si trovavano lì. Ma venne arrestato soltanto il primo, perché ancora non erano emerse accuse a carico del secondo. E così Del Nero, scampato il pericolo, è tornato in Brasile. E quando ci si è accorti che anche il presidente meritava l’attenzione degli inquirenti, lui era al sicuro nel suo paese. Da lì Marco Polo Del Nero non è più uscito. Si guarda bene dal mettere piede fuori dai confini nazionali perché teme di essere arrestato. A ammettere questa verità è stato il segretario generale della CBF, Walter Feldman, nel corso di un’audizione della commissione d’inchiesta che nel 2016 il parlamento brasiliano ha tenuto sulla “Mafia do Futbol”. Una situazione grottesca, che ha toccato il livello maggiore d’imbarazzo lo scorso marzo. Quando, in occasione della presentazione dell’aeromobile che trasporta la nazionale verdeoro in giro per il mondo, Del Nero si è fatto immortalare in prossimità di un mezzo sul quale forse non viaggerà mai. Così come non lascerà la presidenza della CBF. 

A novembre 2015 Del Nero si è dimesso dall’esecutivo Fifa. Ma chi si aspettava che rinunciasse anche alla carica di capo del calcio nazionale ha dovuto ricredersi. Di mollare la poltrona che forse continua a garantirgli l’impunità, proprio non se ne parla. Resta però il fatto che toccasse alla Fifa costringerlo a andarsene. Ma la Fifa si è astenuta da qualsiasi mossa.

È questo il motivo di maggior disappunto per José Maria Marin. Che, come sempre accade in casi del genere, da ex compagno di merende si è trasformato in avvelenato accusatore. “Perché io sì e lui no?”, è il legittimo interrogativo. Al quale la giudice Chen non è in grado di rispondere. E altrettanto fa il pubblico ministero Samuel Nitze, quando dice di non sapere quali siano stati i criteri che hanno indotto la Fifa a radiare Marin ma non Del Nero. Di sicuro c’è che a corredare gli articoli su questo passaggio processuale c’è sempre una foto scattata nell’estate del 2016. Essa ritrae Del Nero assieme al fresco presidente della Fifa, Gianni Infantino. Che sorridente e orgoglioso esibisce una maglia della nazionale brasiliana con impresso il numero 10 e il nome Gianni. Casomai qualcuno ancora dubitasse che dal colonnello svizzero-tedesco all’avvocato svizzero-italiano si è riusciti nell’incredibile impresa di cambiare in peggio.

(3. continua)

@pippoevai