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  • Dybala, il figlio segreto di Babbo Natale

    Dybala, il figlio segreto di Babbo Natale

    A Rovaniemi, nell’estrema Lapponia verso la fine del mondo, la notte era nera come la pece, ma non freddissima. Lo zero termico consentiva alla neve di scendere, silenziosa e segreta. Nel sotterraneo- laboratorio più famoso e più amato dai bambini della Terra tutti dormivano. Quasi tutti. Rudolf, la vecchia renna capobranco col naso rosso, e il suo padrone Babbo Natale erano ben svegli. Avevano da qualche ora terminato il loro consueto giro per il mondo consegnando pacchi assortiti ai bimbi buoni e anche a quelli cattivi, per il semplice fatto che i bambini cattivi non esistono. Semmai quando sono diventati grandi lo diventano. Rudolf era sfinita. Il peso dei secoli cominciava a farsi sentire e il mantello del pelo non era più fitto e lucido come ai tempi delle giovanile galoppate tra le stelle a trainare la slitta in prima fila. Anche Babbo Natale, per essere sinceri, non era al massimo della forma. Fisicamente era di ferro, ma psicologicamente ogni tanto mostrava qualche cedimento.

    Il fatto è, sempre più spesso, il mondo degli adulti infilava nella testa dei bambini il dubbio sulla sua esistenza. Per lui era un dolore perché consapevole di esserci stato da sempre e con un unico scopo: regalare felicità e leggerezza a chi, una volta rotta la magia, avrebbe dovuto cavarsela sopportando dolori e complicazioni anche il giorno di Natale. Negli ultimi tempi, portato a termine il proprio lavoro di postino della gioia, era subito andato a dormire. Questa volta no. Era un anno speciale. Uno di quelli che in tutta la sua carriera di Babbo, gli altri sette li ricordava bene, era riuscito a superare  stesso inventando, creando e regalando un dono collettivo per tutti quelli che credevano nelle favole e avrebbero sempre creduto. Grandi e piccini. Un “miracolo” del quale neppure lui avrebbe potuto abusare per non rischiare di sconvolgere il naturale cors delle cose terrene. Si era tanto raccomandato quella brava persona di quello che era stato uno dei suoi fornitori più illustri. Un falegname di nome Geppetto che, un giorno e stanco di dover contare le ore sempre da solo, si fabbricò un “figlio” con punteruolo, pialla e viti d’argento. Un ragazzino di legno subito battezzato Pinocchio. Un burattino che Geppetto, su indicazioni di una Fata e l’uso di una pozione magica, avrebbe poi trasformato in bambino in carne e ossa.

    Ecco, dopo un tempo infinito di frequentazioni Babbo Natale e il falegname toscano, erano diventati quasi fratelli. Geppetto, a differenza dell’amico, non era eterno. Sicchè, prima del congedo volle fare un regalo al vecchio amico suo e dei bambini. Scrisse la formula su un foglietto e, dopo avergli spiegato alcune cose a voce, lo consegnò a Babbo Natale sicuro che ne avrebbe fatto buon uso. Una sola raccomandazione. Non avrebbe dovuto mai esagerare. La grande bellezza è rara. Babbo Natale accese il lo schermo sul quale venivano proiettate immagini, in diretta, da tutto il mondo. Osservò la grande pendola, appesa sopra il camino, che segnava le ore, lanciò uno sguardo di intesa a Rudolf che ricambiò anche lui mostrando una certa eccitazione. Le volte precedenti non era solo andata bene, ma benissimo. I tradizionali doni di Natale non sono più sufficienti, aveva pensato il Babbo. I bambini, dopo poco, si annoiano perchè purtroppo sono ormai abituati ad avere tutto e di più. La felicità dura troppo poco. E poi perché non coinvolgere anche gli adulti in questo gioco di piacere! Papà, mamma e anche nonni per mano insieme con i loro ragazzini.. Già, ma dove e quando?

    Una ricerca approfondita e seria aveva convnito Babbo Natale che il “quando” avrebbe dovuto essere il più possibile mentre il luogo ideale per definire il “dove” era lo stadio dove si gioca a pallone. Il posto delle fragole non solo per i tifosi, ma per quelle centinaia di milioni e milioni di persone che almeno per un paio di ore filate hanno il diritto di assaporare l’effetto di una vita segnata dalla leggerezza, dalla felicità, dalla possibilità di credere nelle fiabe buone per tutte le età. La prima “creatura” scolpita nel legno da Babbo Natale, nel suo laboratorio segreto di Rovaniemi, aveva in testa una selva di capelli di seta neri e ricciuti, gambe corte e sguardo malandrino. Quando il Babbo lo vide “palleggiare” con un limone capì di aver centrato l’obbiettivo. Tramutato in neonato, con le lettura della formula lasciatagli da Geppetto, lo depositò in una modesta casa di San Nicolas in Argentina. Sulla targhetta della porta c’era scritto famiglia Sivori. I genitori lo chiamarono Omar. Era il 1935. Ora non si trattava che aspettare con pazienza e così fece il vero papà di quel ragazzino che sedici anni dopo esordiva in campo con la maglia del River. Gli altri erano calciatori. Lui giocava a pallone. Gli altri lo facevano per loro stessi o perché non avrebbero saputo che diverso lavoro fare. Lui lo faceva cin la naturalezza dell’eletto e giocava per la gente. Dopo ogni gol volava sotto le gradinate e sembrava voler guardare negli occhi ciascun spettatore. I bambini specialmente. Sarebbe durato nel tempo e mai finito in soffitta tra giocattoli dimenticati. E’ fatta! Urlò, felice, Babbo Natale e subito pensò a chi sarebbe venuto dopo. Rudolf scodinzolava contento e il suo naso era sempre più rosso.

    Sullo schermo ancora non compariva nulla. Babbo Natale osservò il grande quadro che stava alla parete nobile del suo rifugio. Eccoli lì, in fotografia, il primogenito Omar Sivori e gli altri suoi preziosi figlioli: Garrincha, Rivera, Best, Cruyff, Maradona e Baggio. Il senso della leggera felicità per il calcio. Poi, finalmente. Un rumore, musica, colori, immagini, una figura. Ci siamo. E’ lui. Più grande, certamente, di quando lo aveva lasciato nella casa di Laguna, anche lei in Argentina. Lo aveva già visto all’esordio fare gol con la maglia dell’ Instituto. Ora, però, con addosso la casacca bianconera era davvero perfetto. Gli ricordava tanto il primo “nato”, Omar. Il suo primo dono magico fatto alla gente senza età. Si alzò dalla poltrona, soddisfatto. Aprì un cassetto della scrivania, tirò fuori una fotografia a colori e andò a piazzarla accanto alle altre sette che componevano il quadro. La dicitura con il nome del nuovo arrivato era già pronta: Paulo Dybala, l’ultimo dei figli segreti di Babbo Natale.

    Marco Bernardini

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