A volte fanno tenerezza i chiarimenti. Più sono immediati, puntuali, e più sono fuorvianti (per non dire imposti). “Mi dispiace che le mie parole siano state interpretate come critica” ha scritto ieri tramite social Edin Dzeko, riferendosi a quanto aveva dichiarato a caldo nel post Roma-Atlético, la sera prima. Scontento della prestazione, si era lasciato andare: “una squadra come la nostra non può giocare così nel finale”, “lo scorso anno ho fatto tanti gol, ma quest’anno sarà più difficile”, “anche oggi non ho toccato tanti palloni e spero di toccarne più in futuro”, “si sente la mancanza di Totti ma pure quella di Salah. Loro giocavano sempre vicino a me, come anche Radja, mentre ora con questo sistema sono tutti più distanti”. A parte l’uscita sul finale di partita, di cui parleremo più avanti, colpivano e colpiscono tuttora, malgrado il ‘chiarimento’, due stoccate nettissime; quell’ “anche oggi.”, che estende il problema alle gare precedenti, e la questione delle distanze, evidentemente connessa al nuovo “sistema”. 

Sono tutti più lontani da Dzeko. In particolare Salah, finito al Liverpool (Salah che era un po’ il suo assist-man di fiducia), e Nainggolan che, pur essendo rimasto, da mezzala gli sembra distante come un giocatore ceduto. L’attaccante bosniaco ha semplicemente sottolineato delle differenze, ha fatto delle costatazioni. Sensazioni dal campo che, va da sé, immediatamente si traducono in un confronto tra il calcio di Spalletti e quello di Di Francesco (4-2-3-1 vs 4-3-3). Questione di gusti, si dirà, ma anche e soprattutto di dinamiche precise. Da qui la gravità intrinseca delle dichiarazioni, che nella loro essenza rivelano quantomeno una difficoltà di adattamento, mischiata al veleno della nostalgia. Serve un chiarimento vero.
 
DISTANZE, FASE OFFENSIVA – Prenderemo per cominciare due situazioni offensive esemplari, tratte dalla partita di martedì sera contro l’Atlético Madrid. Sappiamo ormai quanto sia dura costruire calcio quando si affronta la squadra di Simeone. Per tutti. La prima di Champions della Roma farebbe quindi storia a sé, per certi versi. D’altro canto giocare contro l’Altético è un’esperienza unica, e proprio per questo motivo ce ne serviamo: perché i Colchoneros sono il pettine che trova i nodi.  

Prima situazione: intorno al quarto d’ora, Peres avanza palla al piede sulla corsia di destra. Defrel entra dentro il campo, lasciando spazio al proprio terzino. Nel frattempo -il 4-3-3 lo richiede, specialmente se la strategia è quella di rimanere il più possibile coperti- la mezzala della catena lato palla si abbassa, per offrire sostegno e copertura. Ma la mezzala in questione, così inevitabilmente lontana da Dzeko, è proprio Nainggolan. Quello stesso Nainggolan che nel 4-2-3-1 di Spalletti avrebbe accompagnato il bosniaco in area, in una situazione simile, o per lo meno, l’avrebbe seguito a rimorchio. Nel sistema di Di Francesco, tendenzialmente, le mezzale alternano gli inserimenti. Chi tra Strootman e Nainggolan si trova sul lato debole, ha l’obbligo di seguire l’azione. In questo caso, ad esempio, dovrebbe sganciarsi l’olandese.

 

Giunto sul fondo, Peres mette in mezzo un pallone strozzato che verrà respinto facilmente da uno dei tre difensori in maglia gialla. Ma qui ci importa analizzare un altro dettaglio: come ha occupato l’area la Roma? C’è solo Dzeko, più Perotti che arriva in evidente ritardo sul secondo palo. Per quanto grande e grosso, per quanto sia stato appena fregiato del titolo di capocannoniere della Serie A, neanche per Dzeko è semplice smarcarsi, quando si hanno tanti difensori liberi nei paraggi. Chi taglierà mai sul primo palo, togliendogli dai piedi un centrale? Chi gli farà spazio, insomma?
 


Seconda situazione offensiva: Perotti ha ricevuto da dietro e si è girato internamente palla al piede quasi sulla linea di metà campo. E’ previsto il taglio della prima punta e, a ruota, quello dell’esterno opposto. E infatti Dzeko e Defrel eseguono. Nainggolan, la mezzala sul lato debole, come dicevamo, si sgancia. L’idea è pregevole, benché il pallone di Perotti risulti impreciso e un poco forzato. Ma ancora una volta non è questo che ci interessa. Conviene invece rimarcare il lavoro da prima punta che in un 4-3-3 tocca svolgere a Dzeko. Un lavoro doppio, rispetto all’anno scorso. Da solo deve attaccare la profondità o andare incontro al pallone. Da solo, senza più interscambio con Nainggolan. L’anno scorso, infatti, questo stesso taglio poteva essere fatto dal belga, garantendo a Dzeko il movimento contrario tra le linee, molto utile per far salire la squadra e alimentare il possesso, o per imbastire poi una combinazione di reparto nello stretto, sulla trequarti. Si noti inoltre il blocco di partenza del Ninja. Così relativamente “arretrato” e “defilato” (cioè sul corridoio di mezzala), può ricevere palla soltanto in un secondo o terzo momento, vale a dire soltanto se il filtrante ha i giri giusti e l’azione procede. Thomas infatti, col suo corpo, proibisce la giocata diretta (e pericolosissima) Perotti-Nainggolan.
 
 

LA FASE DIFENSIVA – Ma se il lavoro chiesto a Dzeko è doppio nella fase offensiva, è doppio pure in quella difensiva. Allora è comprensibile che storca il naso: era abituato diversamente. Ecco centrocampo e attacco schierati contro il palleggio dei Colchoneros. Il regista dell’Atlético (Thomas) che con Spalletti avrebbe preso Nainggolan, qui ce l’ha in consegna il bosniaco. In questo caso, almeno, perché quella posizione è un po’ il punto dolente del 4-3-3, e ci devono scalare a turno, a seconda della strategia o del momento della partita, o la punta o le mezzali.

 
Ma qui cosa succede? Per tentare di mantenere densità a centrocampo -impresa mai riuscita nei 90’- a Dzeko è chiesto di ballare tra Thomas e i due centrali dell’Atlético. E infatti sulla circolazione del pallone, causata dalla pressione di Defrel, Dzeko esce abbandonando Thomas.
 


Se però il centrocampo giallorosso non si compatta stringendo tutte le maglie (qui Nainggolan o è stanco o è pigro), il centrale difensivo di Simeone pescherà facilmente una delle due punte, quella che gli va incontro (Griezmann).



Così al francese basterà un semplice appoggio per fare arrivare il pallone al regista, prima marcato, ed ora completamente libero. A Thomas si aprono tre soluzioni: due facili (sulla sinistra) e una complicata ma immediatamente pericolosa (la verticalizzazione).
 
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INTELLIGENTE, INTEGRALISTA – Di tutte le considerazioni fatte da Dzeko, la meno lucida e realista è stata quella in cui ha criticato il cambio di modulo nel finale: il passaggio dal 4-3-3 al 5-3-2, a partire dal 67’, quando Fazio è subentrato a Defrel. Il calo fisico della Roma è stato evidente, i giocatori di Simeone entravano ormai da tutte le parti, e occorreva in quel frangente un pizzico di umiltà. Di Francesco è stato umile e intelligente e si è portato a casa un punticino sofferto. Ma questo non significa che non sia più un integralista del 4-3-3, o per lo meno non ancora. Quando la Roma cambierà modulo dal primo minuto, potremo dirlo. Fino ad allora no. 
 
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