Da una parte del tavolo Allegri, dall'altra i dirigenti della Juve: Agnelli, Marotta, Nedved. Siamo a inizio gennaio, quello che deve essere un comunissimo confronto per parlare del mercato invernale e di quanto successo nella prima parte di stagione fino al brutto scivolone di Doha, si trasforma invece nell'incontro in cui dirsi tutto e programmare l'addio.

Tre anni non sono pochi, passo dopo passo le diverse vedute nella gestione di alcune situazioni hanno convinto tutti che lasciarsi a fine stagione sarebbe stata la cosa migliore, da programmare con ampio anticipo. Motivo per cui, ad esempio, tentativi per Tolisso a parte, poi non sia arrivato un reale investimento sul mercato invernale non sapendo ancora chi potesse essere la nuova guida tecnica della Juve.

A inizio gennaio quello che era nell'aria è stato quindi definito con una stretta di mano ed un nuovo patto d'onore per provare a vincere tutto: fiducia totale e nessuna interferenza nelle decisioni dell'allenatore da parte della dirigenza, un passo indietro sotto l'aspetto contrattuale e la rinuncia al prossimo anno di contratto pur di avere la libertà di scelta del proprio futuro da subito da parte di Allegri. Che tra il richiamo della Premier (non a caso dopo la partita di Crotone non ha smentito questa possibilità, tra Arsenal e Tottenham) e quello milionario della Cina (“della Cina meglio non parlare...”, commentava in una recente conferenza stampa), potrebbe anche scegliere di restare fermo un anno: d'altronde non è un mistero il fatto che Allegri sia una persona che lavora per vivere bene e non che vive per lavorare, l'ossessione del calcio non gli è mai stata propria. E meno male.

SI CAMBIA - Poi la storia recente insegna come nel calcio fino a prova contraria tutto sia destinato a restare così com'è, quindi seppur ridotte al lumicino non vanno scartate a priori le ipotesi di un nuovo giro di vite con rinnovo e decisione di proseguire insieme. Ma, nonostante il contratto dica il contrario, ad oggi l'allenatore della Juve per la stagione 2017/2018 non dovrebbe essere – non è - Allegri. Gli eredi? Molto dipenderà da come andrà a finire l'attuale cammino tra Champions e sesto Scudetto, tra la ricerca di un vincente per arrivare a tutto e subito (sogno proibito Diego Pablo Simeone) o di un giovane in rampa di lancio con il quale avviare un progetto di crescita graduale senza l'ossessione di successi immediati (Paulo Sousa è molto più che un'idea), mentre da Roma si fanno sempre più intense le voci di un salto della barricata di Luciano Spalletti che tutto sarebbe fuorché clamoroso.

FINO ALLA FINE - Allegri insomma non è Ferguson né Wenger, la Juve non è il Manchester United né l'Arsenal. Tanto per fare degli esempi. Dalla fine della prima epopea trapattoniana a parte, nessun allenatore è riuscito ad andare oltre a cicli triennali, fatta eccezione per il primo Lippi rimasto quattro stagioni e mezzo. Pur essendo la grande squadra che meno è stata chiamata a cambi in corsa (parlando del post-Trapattoni, appena due in oltre trent'anni a metà stagione come quelli Lippi-Ancelotti e Ferrara-Zaccheroni, oltre agli avvicendamenti sul traguardo finale Deschamps-Corradini e Ranieri-Ferrara), non solo perché la più vincente: per dna è richiesto un lavoro che inevitabilmente ti impone di dare tutto o forse troppo, perché alla Juve per definizione già il secondo posto è catalogato sotto la voce 'fallimento'. Non è in ogni caso una questione di risultati, né poi così troppo legata al mito del non-gioco di inizio stagione: momenti di tensione non sono mancati, vero, ma la relazione tra Max Allegri e la Juve è destinata a concludersi perché semplicemente è finito un ciclo, che da ottimo può diventare eccellente o leggendario nei prossimi mesi. Una decisione consensuale già presa, nel massimo rispetto delle parti e che vedrà in ogni caso società, squadra e staff tecnico restare più compatti che mai per lasciarsi solo alla fine. Da vincenti, fino alla fine.