«Scusi, per andare a Kiev vado a destra dopo la rotonda?». Più o meno - e storicamente direi - è questo lo stato d'animo del mondo romanista dopo la madre di tutte le serate. Europee, of course. Sì perchè qui a Roma si tende “a esagggera'” e già passando il girone, magari da secondi dietro a Chelsea o Atletico, sarebbe nato spontaneo l'MFR, il Movimento Finalista Romanista. Figuratevi dopo una notte in cui ti sei messo dietro un paio di fenomeni della Justice League europea. E' il lato bello, questo, della passione pallonara. Sognare la finale anche se non arriverà mai, fa parte di quel che di fanciullesco che da bambino ti faceva immaginare di essere sceriffo, astronauta, Prati, Falcao, Totti o Spiderman. Un fanciullesco che avvolge i vicoli di Roma, li abbraccia e li coccola, perchè sognare l'impossibile è una delle poche cose gratuite che ci sono rimaste, assieme alle parole e ai sorrisi.

Riprendendomi da questo osceno slancio romantico che poco mi appartiene, guardo all'impresa della Roma e non riesco a considerarla un'impresa. Perchè lo è ciò che è totalmente inaspettato e, soprattutto, improvviso. Un fulmine col ciel sereno. E invece Di Francesco questa impresa l'ha costruita e programmata pezzo per pezzo e su solide basi. Schemi, filosofia della vittoria e del dominio del gioco, ma anche quel sano pragmatismo che serve quando c'è da interpretare il corso della gara. Poi, il turn over e il coinvolgimento dell'intera rosa: da capitan De Rossi a Gerson e Under, con un rapporto saldo e 'leggero' come ha sottolineato lo stesso De Rossi, che aiuta a lavorare. Un rapporto diverso e meno elettrico di quello instaurato con Spalletti. Sia chiaro, non che ci si aspetti chissà cosa dalla Champions, ovvio. Però, il fatto di aver messo in fila Chelsea e Atletico - a proposito, chiedo al partito dei Cholisti: ma dov'è finita la Garra? Ah sì giusto in Europa League – rappresenta un carburante pazzesco per le teste dei giocatori in ottica lotta per lo scudetto. Il finalino di questo mio modesto scritto, lo voglio dedicare al Dottor Destino, che non è il cattivaccio che duella con i Fantastici Quattro. E', invece, Diego Perotti. L'uomo che segnò al 90' il gol del 3-2 al Genoa nel giorno del Totti Day. Un gol che si tradusse nella qualificazione diretta in Champions. Ancora lui, Diego Perotti _ che se fosse rimasto Spalletti sarebbe andato al Milan, povero lui.... _ l'ha messa dentro per catapultare la Roma lassù, in mezzo ai sogni proibiti dei tifosi. Vi pare poco?

 

Paolo Franci