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  • Il calcio non prova più vergogna nel pronunciare la parola 'AIDS'

    Il calcio non prova più vergogna nel pronunciare la parola 'AIDS'

    • Marco Bernardini
    Oggi è la giornata internazionale per la lotta all'AIDS. Una malattia che, secondo i dati forniti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, nei Paesi per definizione più progrediti uccide un po' meno pur restandole l'etichetta di peste del nuovo millennio. Ma se da un lato i decessi sono diminuiti in virtù di nuovi farmaci, è sconcertante prendere atto che specialmente tra i giovani compresi nell'età che va dai diciotto al venticinque anni la malattia di immuno deficienza virale è invece in forte crescita.  Addirittura un contagiato su due scopre di essere stato infettato quando ormai non vi è più nulla da fare per debellare questo nemico tanto terribile quanto silenzioso. Superficialità e disinformazione stanno alla base di questo processo involutivo sul piano sociale ma drammaticamente evolutivo sotto il profilo sanitario e questo malgrado le campagne che vengono allestite da organizzazioni assortite in tutto il pianeta. In Italia, per esempio, da oggi sarà possibile rifornirsi in tutte le farmacie del kit necessario per l'autoanalisi che ciascuno riterrà opportuno fare in caso di dubbio. Parallelamente, nelle scuole di ogni ordine e grado superiore viene intensificata la promozione del preservativo come strumento fondamentale per evitare il contagio. In alcuni istituti accade persino che i presidi abbiano deciso la distribuzione gratuita del condom. Anche lo sport, fortunatamente, ha stabilito di affiancare i già numerosi (ma evidentemente non sufficienti) gruppi di lavoro votati all'informazione e al convincimento. L'altra sera i giocatori del Matera sono scesi in campo contro la Juve Stabia indossando una maglietta griffata dalla scritta per la lotta all'HIV. Del resto, proprio nel mese di novembre di venti anni fa, il calcio doveva registrare la sua prima (forse unica) vittima della malattia.

    Aveva trentotto anni quando se ne andò da questo mondo con il fisico ridotto ad un lumicino. Lui, Giuliano Giuliani, che era stato un bel ragazzo e con quei riccioli neri a fare da contorno per un viso contrappuntato da occhi buoni e sinceri. Professione portiere, debuttante con la maglia dell'Arezzo, per una scalata professionale che l'avrebbe portato a vincere uno scudetto nel Napoli di Maradona. E proprio nella città partenopea quello che, per il calcio italiano, avrebbe potuto e dovuto rappresentare il "dopo Zenga" contrasse la malattia che lo avrebbe portato ad una fine dolorosa e tragica in un ospedale di Bologna. Una brutta storia fatta di silenzi omertosi e di immotivata vergogna. Soltanto dopo molto tempo gli stessi Ferrara e Renica confessarono di aver incontrato il loro ex compagno per strada quando ormai era visibilmente segnato dall'AIDS e di averlo volutamente evitato. Probabilmente per pena, ma anche per quella sorta di infame passaparola che vietava ad uno sportivo solo di pronunciare il nome di quel male "infamante". E dire che ci aveva pensato Magic Johnson, la stella del NBA, ha rompere il muro del slienzio rivelando al mondo nel 1990 le sue condizioni di salute minate dal virus che per lui, fortunatamente, non sarebbe stato fatale. Ma, si sa, negli Stati Uniti patria di Hollywood dove può accadere tutto e il contrario di tutto l'ipocrisia non è mai stato lo sport preferito dalla gente. Da noi bocche cucite per Giuliani sino al giorno in cui la sua bellissima moglie, Raffaella Del Rosario, tolse quel peso che gravava sulle spalle del calcio rivelando la vera verità sulla morte di suo marito.

    Ora l'oscurità intellettuale che avvolgeva il calcio si è finalmente dissolta e l'esempio dei giocatori del Matera verrà sicuramente seguito da altri addetti ai lavori provvisti di senso del sociale e di vocazione alla solidarietà. Anche perché, come suggeriscono i dati, c'è assoluto bisogno di rumore e di informazione su un problema di una gravità sempre eccezionale. E i tifosi di tutte le squadre non sfuggono per niente al teorema della malattia in agguato. Anzi. Per parlare con chiarezza, al tempo del pallone globale con continui spostamenti di tifosi (tantissimi giovani ultras o meno), in Europa e nel mondo, che probabilmente non si limitano ad andare allo stadio ma i quali, magari, decidono di divertirsi anche in altri modi sarebbe cosa buona e giusta che le società ospitanti insieme con il biglietto di ingresso regalassero un preservativo. Come a scuola.

    Twitter: @matattachia

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