La Svezia tra noi e il Mondiale di Russia. Non avremmo dovuto arrivare a questo punto, ma tant'è e ora ci tocca sperare che l'orgoglio predicato da Buffon possa aver contagiato positivamente l'intero gruppo degli Azzurri al fine di risolvere la pratica nel migliore dei modi. In caso contrario per i giocatori sarebbe uno smacco, per i tifosi una delusione cocente e per Giampiero Ventura ancora peggio perché, per lui, un eventuale fallimento avrebbe il significato drammatico del crollo di una carriera costruita faticosamente nell'arco di quarantuno anni. 

Dalla stagione in cui, per la prima volta, andò a sedersi sulla panchina dell'Albenga con il compito di vice, dopo aver fatto un minimo di esperienza con le giovanili della Sampdoria. Da quel punto in avanti Ventura stabilì con se stesso e con il mondo del calcio che quella sarebbe stata la sua professione, a Dio piacendo e con l'aiuto indispensabile della buona sorte. Un volo sempre piuttosto tribolato e 'rasoterra' con un palmares dove in bella evidenza si trovano soprattutto successi molto provinciali con squadre di Serie C o di cadetteria. Samp, Napoli e Torino gli unici posti di lavoro di una certa qualità. Anche Bari, naturalmente, dove il tecnico trovò oltre a una discreta soddisfazione professionale anche l'amore della sua Luciana sposata la scorsa estate. Era, come sui usa dire, un buon allenatore. 

Poi, un giorno, venne fatto CT e Tavecchio gli consegnò l'Italia. Sicuramente il massimo per un professionista della panchina, ma anche un castello incantato che come nelle favole 'cattive' può trasformarsi in una trappola letale perché esiste una notevole differenza coloro che sono in grado di fare i ct e quelli che sono allenatori. Due mestieri forse simili, ma sostanzialmente differenti. Come quello dell'ingegnere e dell'architetto. Si possono contare sulle dita di una mano i commissari tecnici della nazionale. Fulvio Bernardini, Enzo Bearzot, Cesare Maldini, Arrigo Sacchi, Azeglio Vicini e Marcello Lippi. E soltanto l'ultimo è stato in grado di svolgere con successo entrambi i compiti. Ventura fa parte del gruppo allenatori e non di quello dei CT. 

Purtroppo per lui, accettando un ruolo probabilmente di peso eccessivo per le sue spalle pure forti e temprate alle avversità, a differenza dei giocatori azzurri i quali rischiano di compromettere la loro faccia di veri o sedicenti campioni, Giampiero Ventura sul tavolo verde è costretto a mettere tutto quello che possiede e che si è costruito faticosamente in quarantun anni di lavoro. Dovesse andare male, cosa che nessuno di noi si augura soprattutto per lui che è un lavoratore onesto, ben difficilmente il CT azzurro tornerebbe punto e a capo a fare il buon allenatore anche perché, dopo aver frequentato il paradiso, sarebbe complicato se non impossibile  ricominciare nel mondo delle tante e troppe sfumature di grigio. Almeno qui in Italia.