Non siamo diventati mediocri in un colpo solo, lo siamo diventati un po’ alla volta. Il nostro movimento non produce più la qualità di un tempo e siamo tutti d’accordo; ma se guardiamo cosa è successo alla Nazionale negli ultimi anni abbiamo la spiegazione dell’eliminazione da Russia 2018. Il 24 giugno 2010. Slovacchia-Italia 3-2. Fuori dal Mondiale di Sudafrica al primo turno, a calci nel sedere dalla 34ª squadra nella classifica Fifa. Finiva un ciclo, anzi era già finito prima, agli Europei del 2008 (con gli azzurri di Donadoni fuori ai quarti e ai rigori contro la Spagna), ultima puntata non prevista dopo il trionfo di Berlino. Era quella una Nazionale piatta, fragile, paurosa. Proprio come oggi. L’allora ct Lippi si lamentò di non avere in Italia gente all’altezza di Messi e Cristiano Ronaldo. Le cose non sono cambiate. Di Messi e Cristiano neppure l’ombra.

Ieri come oggi, nell'Italia impera la mediocrità. Giugno 2014, Mondiale in Brasile. Eliminati da Uruguay e Costa Rica. Fuori al primo turno, come quattro anni prima. Il ct Prandelli sbagliò tutto: formazione, cambi, gestione dell’attesa, gestione delle risorse all’interno del gruppo. Buffon e De Rossi, i due veterani, puntarono apertamente il dito contro le nuove leve. Nello specifico, Balotelli sembrò incarnare tutto il male azzurro. Era colpa di tutti, ma sua più degli altri. Ma va là. Ci consolava pensare che fosse così. Ma non era così. Balotelli era un pretesto, c’era tutto un sistema che non funzionava. La nostra Federazione, oggi come allora, da Abete a Tavecchio, checché ce la raccontino, a livello internazionale conta poco. In Brasile giocammo due volte all’una del pomeriggio nelle città più calde del paese. Prandelli e Abete, dopo l’eliminazione in Brasile, ebbero la dignità di dimettersi con un gesto immediato. Ci lasciarono nudi davanti allo specchio. Senza più alibi e capri espiatori.

Vedemmo - in quei giorni - il nostro calcio franare tra lotte di potere e giochini tra presidenti. Il problema è che da tempo abbiamo perso di vista il pallone. Dal clamoroso flop di Brasile 2014 sono passati quasi quattro anni: in mezzo ci sono stati gli Europei del 2016, chiusi in maniera comunque dignitosa, merito di un Conte che aveva dato - se non altro - un’anima alla squadra azzurra. Dopo ogni fallimento ci giuriamo a vicenda che dovrà cambiare tutto. Ma la rivoluzione - in Italia - viene sempre rimandata a data da destinarsi. E’ cambiato poco o nulla. Eravamo e restiamo mediocri. Certo, con un po’ più di fortuna potevamo pure qualificarci e superare una Svezia che non ci è superiore; ma nessuno gridi allo scandalo. Bastava avere un poca di memoria. Bastava considerare come siamo arrivati a questo punto, a giocarci tutto in una disperata doppia sfida. Bastava tornare a vedere cosa è successo (e cosa non è successo) in questi ultimi anni. Questi siamo. Poteva andarci bene, ancora una volta. E poteva andarci male. E’ andata male, ma lo sapevamo bene che poteva finire così.