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  • Jacobelli, i Marziani di Guardiola come la Grande Olanda di Cruyff: calcio totale

    Jacobelli, i Marziani di Guardiola come la Grande Olanda di Cruyff: calcio totale

    Non è casuale sia l'olandese Arien Robben uno dei simboli dei Marziani di Guardiola. Perchè, questo Bayern che ha incenerito la Roma con un 7-1 già consegnato alla storia del calcio (5-0 dopo 35'), ricorda la Grande Olanda di Cruyff degli Anni Settanta, per l'eccezionale qualità del gioco e la straordinaria multiformità degli interpreti. Questo è davvero un calcio totale e Pep Guardiola è il degno epigono di Rinus Michels.

    In Baviera, l'allenatore catalano, sta superando se stesso. A Barcellona aveva sublimato il tiki taka  conquistando 14 titoli in 4 anni (tre campionati, due coppe del Re,  tre Supercoppe spagnole, due Champions League, due Supercoppe UEFA e due mondiali per club). Entrato nel secondo anno al Bayern, Guardiola ha conquistato una Supercoppa europea, una Coppa del mondo per club,  una Bundesliga e una Coppa di Germania. Soprattutto, ha costruito una straordinaria macchina da gol che la Roma ha divorato con un'impressionante prova di forza. Senza dimenticare che Neuer ha subito da Gervinho il primo gol dopo quasi tre mesi di porta inviolata.

    L'elegia dei campioni del mondo dei club nasce spontanea dopo il sontuoso show che hanno dato all'Olimpico, annichilendolo. Ma è la metamorfosi tattica dei giocatori che colpisce: Alaba, Goetze, Lahm, Xabi Alonso cambiano ruolo e si scambiano ruolo nella playstation di Guardiola, il cui principio rivoluzionario è semplice, come spesso lo sono le idee che cambiano tutto. "Mi piace che la mia squadra tenga la palla e, quando ce l'hanno gli altri, i miei devono andare a prendersela. E tenersela".

    La prima mezz'ora del Bayern a Roma è da proiettare nelle scuole calcio del pianeta: aggressività pari alla rapidità di esecuzione, verticalizzazioni accelerate dalla classe dei solisti come Robben, autentico sinistro di Dio; Levandowski e Muller che riuscirebbero a mandarsi in gol anche bendati; Xabi Alonso che tesse la ragnatela dei passaggi che arrivano sempre al posto giusto nel momento giusto e fulminano il centrocampo avversario incapace di trovare punti di riferimento. 

    In Bundesliga, il Bayern vanta il 68,5% di possesso palla; in Champions il 71%. Negli ultimi tre anni il Bayern ha giocato due finali (una vinta e una persa) e una semifinale di Champions, la Roma non era nemmeno in Europa League. La Roma è andata in tilt dopo il gol di Robben e, per tutto il primo tempo, ha vagolato sul terreno di casa come un pugile suonato che impetrava il gong dell'intervallo mentre l'avversario gli toglieva il fiato, gli annebbiava le idee, lo tempestava con una gragnuola di colpi.

    Il sussulto del gol di Gervinho ha soltanto preceduto la resa incondizionata della squadra che in Italia contende lo scudetto alla Juve e in Europa, grazie al pareggio del Cska con il City, è sempre in lizza per entrare negli ottavi di Champions.

    Ma il 22 ottobre 2014, all'Olimpico, la Roma ha visto i marziani e Garcia li ha rivisti, ricordando il 6-1 che il Bayern gli rifilò a Monaco quando allenava il Lille (7 novembre 2012). Come li vide in estate il Brasile, a Belo Horizonte, quando la Germania lo spazzò via per 7-1 nella semifinale mondiale. Come accadde a Manchester il 10 aprile 2007, alla Roma di Spalletti. Con l'aggravante che, quella di ieri sera, è stata la peggior sconfitta interna di un'italiana nella storia delle coppe europee. Ora la Roma non può che risalire.

    Xavier Jacobelli
    Direttore Editoriale www.calciomercato.com


     
     

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