(Per un grave errore tecnico l'articolo è stato pubblicato privo della parte iniziale. Ce ne scusiamo con i lettori e con l'autore e lo riproponiamo nella sua versione integrale)

Le mode passano spazzate via dal vento di quelle novità che poi, a guadare bene, non sono mai tali in assoluto. Alcuni e rari simboli resistono alla rottamazione e vengono tramandati da generazione a generazione. E anche se lungo il cammino vengono un poco spogliati del loro significato originale rimangono tuttavia come sentinelle della memoria collettiva e di una certa eternità storica.

La celebre “t shirt” con stampata sul davanti il volto di Ernesto Guevara detto il “Che”, per esempio. Magari stinta e slabbrata, ma comunque ancora indossata da numerosi ragazzi e ragazze probabilmente inconsapevoli portatori di un’ideologia sepolta insieme con le spoglie del “leader maximo” Fidel, a Cuba, ma egualmente attratti dal fascino del Mito.

Cinquant’anni fa, dentro una baracca in legno allestita come prigione nel cuore della foresta boliviana, veniva assassinato un uomo ancora giovane la cui professione avrebbe dovuto essere quella del medico oppure dell’allenatore di pallone se ad un certo punto della sua esistenza non avesse deciso di dedicarsi agli altri, umili e diseredati in particolare, usando il fucile anziché il prontuario dei farmaci.

A sparargli fu un soldatino dell’esercito sudamericano che, prima di premere il grilletto, dovette bere fino a ubriacarsi per trovare il coraggio di compiere quel delitto voluto e pagato dalla Cia. Subito dopo il corpo del “Che” venne fatto sparire nel timore che potesse bastare anche soltanto una tomba per alimentare nuove rabbie rivoluzionarie. Soltanto nel 1997 i resti del “Comandante” vennero restituiti alla famiglia e oggi si trovano nel piccolo cimitero di Santa Clara nell’isola caraibica.

Quella barbarie non servì a cancellare e né a stemperare l’immagine o la filosofia esistenziale e politica di quel sognatore idealista. Al contrario lievitarono in tutto il mondo e si cementarono come punto di riferimento per tutti coloro i quali credono che giustizia, libertà ed eguaglianza reale non siano soltanto parole da disperdere nell’aria. Una lezione senza tempo e priva di confini, quella del “Che”.

Ernesto Guevara che avrebbe dovuto curare i malati, ma il quale avrebbe potuto anche diventare una celebrità per il mondo del calcio. Un gioco che, insieme con quello del rugby, lo affascinava e lo spingeva ad essere praticante appena fanciullo. Fisicamente il ragazzino Guevara non era il massimo, gracile ma scattante. In più soffriva di un’asma cronica che gli impediva di respirare bene. Per questo motivo e pur non dover rinunciare a giocare in una squadretta del paese argentino dove viveva chiese e ottenne di fare il portiere.

Raccontano le cronache di quel tempo delle imprese agonistiche realizzate sul campo da quel “numero uno” specialista nel parare i rigori oltreché tiri giudicati impossibili da neutralizzare. Un campione in erba, insomma. Fino al giorno in cui la madre di Ernesto, preoccupata per la salute del figlio, non gli impose di smettere perché potesse dedicarsi totalmente agli studi universitari.

Ernesto da portiere divenne semplice ma accanito tifoso. E il giorno in cui a Buenos Aires arrivò la squadra dei “Milionarios” nella quale giocavano le stelle Pedernera e Di Stefano lui, a fine partita, si infilò negli spogliatoi per andare a conoscere di persona il campione che avrebbe in seguito conquistato anche l’Europa con la maglia del Real Madrid. Ricorderà con orgoglio quel giorno lo stesso Di Stefano ormai ottantenne: “Strinsi la mano a quel giovane dottore senza poter immaginare che sarebbe diventato un mito per le giovani generazioni di tutto il mondo”.

Infine per il dottor Guevara arrivarono i giorni della motocicletta. In sella a quel mezzo e in compagnia di un fraterno amico i due partirono da Baires per attraversare il Sudamerica, dalla Colombia fino al Cile. Una sera arrivarono nel piccolo paese di Leticia, poco distante da Bogotà. Avrebbero dovuto fermarsi tre giorni. Vissero in quel luogo per tre mesi. Dal giorno in cui Ernesto Guevara venne incaricato di allenare la squadra dei militari locali che non riusciva a vincere una sola partita. 

Il futuro “Che” aveva a sua volta un mito calcistico. Il Grande Torino dei campioni morti a Superga. La squadra che, secondo Guevara, non aveva rivali al mondo in virtù del modulo di gioco “rivoluzionario” che adottava. Lo stesso che, con le dovute proporzioni, il “mister” applicò alla sua squadra di disperati la quale, addirittura, vinse il campionato.

Si tratta certamente di una storia minimalista rispetto all’opera omnia lasciata ai posteri da un autentico rivoluzionario talmente sognatore da essere abbandonato e anche un poco tradito dallo stesso Fidel Castro al quale lui si era totalmente donato. Ma è anche un modo per comprendere, senza doversi stupire, perché in certi stadi come quello di Livorno talvolta sventola con pieno diritto una bandiera con sopra il volto del “Che”.