Estate 1987, Bergamo. L’Atalanta è da poco retrocessa in serie b e sta ricostruendo la squadra per ritrovare subito la serie A perduta. Tutto nella norma, tutto molto classico come ragionamento sportivo, se non fosse per Maradona, una finale di coppa Italia persa al San Paolo, e una partecipazione alla coppa delle coppe edizione 1987-88 imprevista.

Tanto imprevista quanto affascinante. Tanto pericolosa perché in grado di distrarre i giocatori, l’allenatore, il pubblico dall’obiettivo della risalita in A, quanto carica d’avventura e di storia. Una storia dal respiro internazionale che si fermò soltanto alla semifinale persa contro il Malines o Mechelen se si predilige la pronuncia fiamminga a quella francese. Una storia che oggi riecheggia con un’assonanza suggestiva tra quell’Atalanta e l'Atalanta che oggi affronterà il Borussia Dortmund nei sedicesimi di finale di Europa League.

Quella di allora era una formazione frutto di attente scelte sul mercato e in particolare di scelte interessanti nel ventaglio grande e tecnico della serie b di allora, quella di oggi è la squadra figlia della sua tradizione giovanile, del talento, del gioco aggressivo e di un demiurgo che di nome fa Giampiero e di cognome Gasperini.

Gasperini oggi come il Mondonico di ieri. Anche qui c’è una bellissima e intrigante similitudine, tra l’allenatore che ripensò l’Atalanta anni ’80 e quello che dopo una partenza stentata e ingannevole ha portato la squadra prima alla qualificazione europea e poi a giocarsi un grande turno eliminatorio contro il Borussia Dortmund, la squadra più verticale e veloce di Germania. Mondonico era un grosso analista di partite, veniva dal calcio anni ’60, sublimava la marcatura a uomo come si fa nel basket, come tattica di gioco di mossa e contro mossa. In una partita a Roma cambiò 4 liberi in novanta minuti in base all’attacco che mutava della Roma, vinse con queste mosse da scacchista.

Già, liberi. Chissà perché il parallelo ci porta a Caldara, che libero non è per il calcio moderno ma che governa la difesa e gioca nell’area avversaria con la stessa autorità dei liberi anni ’80, quelli del Mondo, non solo ma anche quelli dell’Atalanta semifinalista della Coppa delle coppe versione '88. E lo stile di gioco di Caldara servirà nel catino tedesco contro una squadra che non si arrende mai come il Dortmund. I tedeschi sono l’esempio vivente che non bisogna mai arrendersi: hanno fatto una brutta Champions, incolore e triste con il risultato di zero vittorie. Non sono stati in grado di battere in due partite nemmeno l’Apoel, non hanno più Aubameyang sostituito da Batsuhayi, hanno giocato la peggior fase a giorni dal lontano 2011/12 eppure, eppure sono li a correre per vincere l’Europa League.

Corrono, come correva l’Atalanta di Mondonico in quell’incredibile edizione della coppa coppe. Iniziò tutto in salita come nelle favole migliori. Sconfitti per 2-1 a Merthyn Tydfil, una Town del Galles meridionale, una squadra prima scomparsa nel 1997 e poi ricostituitasi nel 2010 aggiungendo al nome proprio Town F.c. Nasce così a volte il sogno, da un incubo. I Nicolini, gli Stromberg, i Bonacina dopo quella battuta d’arresto arrivarono ai quarti battendo lo Sporting Lisbona e poi incontrarono il Malines. I belgi erano anche allora quello che sono oggi, dei protestanti del gioco, degli eretici per il calcio italiano della marcatura, loro così radicalmente “zonaroli”.

Paragonare quel Malines a questo Borussia Dortmund, che schiera giocatori da nazionale per il passato e per il presente come Weigl, Schurrle, Reus e Gotze, e anche dal talento indiscusso come Pulisic, è forse difficile e improprio ma una cosa si può dire. Si può dire che sulla strada di quell’Atalanta c’era un’idea radicale e opposta di gioco, sulla strada di questa Atalanta c’è una mentalità e una squadra dalla grande esperienza internazionale.

E questa partita l’Atalanta del Gasp deve interpretarla con la sagacia di quella del Mondo. Ci vuole un pizzico di tutte le sue esperienze europee mettendoci dentro anche quelli targate 1991 in coppa Uefa, fino ai quarti di finale.
A Dortmund ci vorrà la velocità di Caniggia nel segnare il gol qualificazione a Zagabria, ci vorrà la classe di Evair a Colonia allora roccaforte anch’essa del calcio da campioni tedesco, ci vorrà la spavalderia sana di chi va in Turchia a fare 5 gol al Fenerbahce che in porta schiera Schumacher, il portiere grande e controverso delle notti di Spagna ’82.

Ci vorrà insomma la storia piccola ma intensa dell’Atalanta in Europa. Tutta in due gare, e tutta in Germania. Perché più di qualche somiglianza tra i Fortunato, i Nicolini, gli Stromberg, i Bonacina, i Caniggia, i Ferron, i Piotti, i Garlini e i Cornelius, i Gomez, i Cristante, gli Spinazzola, i De Roon c’è e si vede forte. Ed è un parallelo forte che riconosce la grandezza della squadra di oggi, mutuata in quella di ieri. Quell’Atalanta era aggressiva, questa pure. Quell’Atalanta aveva un’idea di gioco chiara e questa pure. Quella e questa giocano sempre a viso aperto e giocare a viso aperto con i tedeschi è sempre una buona mossa.

Nel 1988 dopo aver perso 2-1 in Belgio l’Atalanta avventuriera di Mondonico passò, al ritorno davanti a 37.500 tifosi, in vantaggio poi la classe di Preud’Homme e i gol belgi mandarono il Malines in finale contro l’Ajax a vincere la coppa. Oggi non si gioca per una finale ma per continuare un cammino e un’idea di squadra, i tedeschi sono fortissimi ma Burki non è un fuoriclasse come Preud’Homme, che se la giochi fin da subito l’Atalanta del Gasp come faceva quella del Mondo contro i migliori portieri anni ’80, perché l’ultimo ostacolo qui non è insormontabile.
 
@MQuaglini