La globalizzazione è il tema del XXI secolo, inutile negarlo. Un tema che ha stravolto qualsiasi ambito del simbolico e del reale, dall’economia alla cultura, dal lavoro alla politica. E sono tempi duri anche per noi, che ci siamo trovati nostro malgrado ad essere conservatori del pallone: non tanto perché i calciatori di decenni fa fossero più forti degli attuali (tutt’altro), quanto perché siamo qui a rimpiangere il calcio come fenomeno sociale, come elemento di aggregazione e rappresentazione popolare. Insomma quello che Gianni Brera definiva lo sport più bello del mondo, e che certamente non si originava né si esauriva nel rettangolo verde. La sfida oggi è dunque far conciliare l’irreversibilità della mondializzazione – e con essa le esigenze del capitale finanziario, che vede nel calcio un asset strategico – con la passione dei tifosi e del pubblico. Molti rospi abbiamo dovuto mandare giù, dagli speculatori travestiti da investitori ai presidenti che sapevano poco o nulla circa la tradizione della squadra che si apprestavano ad acquisire. Ma questa è la globalizzazione bellezza, che non poteva risparmiare il calcio e che abbiamo imparato ad accettare; in fondo, credere che il pallone fosse un’isola felice al riparo da processi enormi e inarrestabili, era un’illusione che poteva suggestionare al massimo qualche avventore del Bar Sport (ammesso che sia rimasto).

Tuttavia l’uomo è un animale rappresentativo, come diceva Wittgenstein, e ha bisogno di riconoscersi in proiezioni e simboli. Per questo continuiamo a chiamare il Signal Iduna Park Westfalenstadion: perché c’è troppa storia e tradizione, c’è il muro giallo, c’è una tifoseria intera che segue in piedi la partita come fosse tutta una curva, e che sostiene i propri giocatori dal primo all’ultimo minuto. Una cosa è dire (e pensare) che tutto ciò accada al Westfalenstadion, teatro di innumerevoli incontri storici ed espressione del territorio – la Vestfalia per l’appunto – in cui si trova Dortmund; altra cosa è immaginare che succeda al parco del Signal Iduna, una compagnia che offre servizi finanziari specializzata in assicurazioni. Allo stesso modo, anzi ancor di più, molto di più, ci ha pianto il cuore quando hanno raso al suolo Boleyn Ground e successivamente quando è stato demolito il Vicente Calderòn, uno stadio meraviglioso, in cui si respirava un’atmosfera magica.

A quel punto l’Atletico Madrid, squadra di rivoluzionari in lotta per sovvertire le gerarchie guidata dal comandante Simeone, dove è finita a giocare? Nel Wanda Metropolitano: il nome più brutto che uno stadio di calcio abbia mai avuto. Come se non bastasse il Wanda Group è un gigantesco conglomerato cinese con base a Pechino, che opera con successo in diversi settori industriali (dall’alberghiero al turistico, dall’immobiliare al culturale, fino ad aver assaltato negli ultimi anni il mondo dello sport e del cinema). Alla faccia dei Colchoneros, i materassai, i poveri di Madrid ma disperatamente innamorati dell’Atletico, con alle spalle una lunga storia di lotta di classe contro la plutocrazia degli aristocratici blancos.

Dove vuole arrivare però questa enorme premessa? All’affare recentemente concluso tra il Dalian Yifang e l’Atletico Madrid per i trasferimenti di Yannick Ferreira Carrasco e Nico Gaitàn al neo-promosso club cinese, per un totale di 48 milioni di euro. Non tanto, se consideriamo che Carrasco è volato in Cina per 30 milioni, cifra poco credibile di questi tempi, soprattutto per un calciatore cercato da mezza Europa. Parliamo infatti di un ’93 con indubbi mezzi fisici e tecnici, nazionale belga e già protagonista di importanti prestazioni sia a livello spagnolo che europeo (ricordiamo la finale di Champions con il Real Madrid del 2016 in cui spaccò letteralmente la partita, consentendo ai suoi di ottenere il pareggio e giocarsela poi ai supplementari). Anche perché nel Vecchio Continente già si parlava di club di prima fascia pronti ad un’offerta nettamente superiore rispetto a quella cinese, e lo stesso Atletico sembrava non avere intenzione di intavolare trattative per meno di 50 milioni.

Non ci vuole poi un investigatore per accorgersi che il Wanda Group è proprietario del Dalian Yifang, unico vero bastione calcistico rimasto alla multinazionale cinese. Infatti Wanda non solo poteva fregiarsi del nome dello stadio rojiblanco, ma possedeva il 20% delle quote dell’Atletico; recentemente, però, ne ha cedute il 17% per 60 milioni di euro a Quantum Pacific Group, società presieduta dal magnate israeliano Idan Ofer e già in possesso di una percentuale del 15%. Di questo è difficile trovare traccia sui giornali italiani ma, insomma, 60 milioni per il 17% di una squadra due volte finalista in Champions League e una volta campione di Spagna negli ultimi quattro anni non è una cifra esorbitante; si potrebbe anche pensare che la cessione (agevolata) dei due calciatori sia entrata a far parte dell’accordo per la liquidazione delle quote.

In fin dei conti non possiamo dare responsabilità ai turbo-capitalisti del lontano Oriente, né probabilmente alla società madrilena. Tuttavia in noi, conservatori del pallone, resta ancora una volta l’amaro in bocca: passi Gaitàn, che come molti altri alla soglia dei trent’anni ricorre all’eutanasia calcistica nel cimitero degli elefanti (così Gianni Rivera definiva la NASL, North American Soccer League). Ma Carrasco, beh, o si intasca per uno-due anni il malloppo e poi torna nel calcio europeo ad alti livelli – come incredibilmente ha fatto Paulinho con il Barcellona – oppure più probabilmente, considerata anche l’indolenza del giocatore, con questa cessione abbiamo salutato un astro nascente del calcio mondiale, che ha preferito sedersi (e spegnersi) sugli allori.

Tratto da www.rivistacontrasti.it