E’ tornato l’Uomo Ragno. Non per salvare l’umanità, bensì il Crotone. Carismatico, guascone, talvolta spaccone, sincero, diretto, se vuole sa essere ruvido, ma con il sorriso: Walter Zenga non è mai stato uno del coro. Lui ha sempre cantato per conto suo. Le dimissioni di Davide Nicola - dopo i dissidi con il presidente dei calabresi Vrenna - hanno dunque offerto a Zenga l’occasione per risalire sulla giostra della serie A, dove ha già allenato Sampdoria, Palermo e Catania. Zenga si era appena accasato da mamma Rai, sostituendo il collega Alberto Zaccheroni come seconda voce della nazionale. Aveva timbrato - da osservatore - l’eliminazione degli azzurri ad opera della Svezia. Ma a 57 anni Zenga continua a sentirsi sempre e soltanto un allenatore.

E’ un giramondo, pronto a rimettersi ogni volta in gioco.
Ha cominciato ad allenare in America - dove aveva smesso la carriera di portiere - ha continuato tra Romania e Emirati Arabi, Serbia e Turchia, vincendo titoli nazionali, facendosi calamitare ogni tanto dall’Italia e sperimentandosi anche in Inghilterra. Ultima panchina: il Wolverhampton. Nella Championship inglese - equivalente alla nostra serie B - è durato 87 giorni e 14 partite, prima di essere esonerato. Ora ci riprova. A Catania il primo anno subentrò a Silvio Baldini ad aprile, fece 8 punti in 7 partite e si salvò. Il secondo anno centrò una salvezza tranquilla, poi se ne andò. A Palermo si presentò dicendo «Siamo qui per stupire l’Italia», tirò in ballo - ma con ironia - lo scudetto, feci mesi di luci e ombre, dall’estate 2009 fino a gennaio 2010. Zamparini disse: «E’ il miglior allenatore che ho mai avuto». Tre giorni dopo lo esonerò. L’ultimo giorno da allenatore italiano è stato il 10 novembre 2015. Stava alla Sampdoria, Ferrero lo cacciò senza pensarci su tanto. Era stato lo stesso Ferrero, pochi giorni prima, a giurare: «Se amate la Samp come la amo io, giù le mani da Zenga». Come no. Sulla panchina blucerchiata durò 14 partite, fatale l’eliminazione - ai preliminari - in Europa League contro il Vojovodina.

Nella sua autobiografia, «Coach», Zenga stila un decalogo di regole. Eccone un paio. Punto 2: Sbaglia con la tua testa e con le tue scelte. Ascolta, ma realizza il tuo piano. Punto 6: allenare è come cucinare: serve saper dosare con cura i vari ingredienti. Ad un certo punto scrive che «noi coach siamo inutili quando non stiamo allenando una squadra». Zenga riparte. A Crotone. Per l’ennesima sfida della sua carriera. Qualcuna l’ha vita, altre le ha perse. Ma non ha mai smesso di sentirsi l’«Uomo Ragno».