Gian Piero Ventura non avrebbe mai dovuto essere l’allenatore della Nazionale. Non lo scrivo ora, ma da almeno un anno quando, al suo curriculum mediocre, ha abbinato la sconfinata (e immotivata) presunzione dell’uomo. Per esempio ricordo che, ad alcune osservazioni di Arrigo Sacchi sulla Gazzetta dello Sport, rispose dicendo che la Nazionale dell’uomo di Fusignano aveva impiegato 73 minuti per sferrare il primo tiro in porta contro l’Eire, nell’esordio al Mondiale di USA 94. Sacchi non replicò, ma qualcuno sottolineò come quella squadra si fosse comunque qualificata (al contrario di quella di Ventura impegnata in perigliose qualificazioni), sfiorando la vittoria in finale contro il Brasile (sconfitta ai calci di rigore, un unicum nella storia della Coppa del Mondo). Devo ammettere che l’episodio mi è tornato in mente ben prima del pareggio di ieri sera, quasi che da allora perseguitasse il suo stesso autore.

Più infatti la Nazionale di Ventura si avvicinava alle partite cruciali e meno convinceva, fino alla nemesi di poche ore fa a San Siro, quando la superbia (ubris) di un corpulento allenatore di provincia si è sbriciolata contro la rocciosa realtà svedese. Ventura, assieme a Foni (c.t. per le qualificazioni a Svezia ’58), passa alla storia per avere mancato l’appuntamento che tutti i calciofili del globo attendono con maggiore trepidazione. Con lui perdono quelli che lo hanno scelto (il presidente federale Carlo Tavecchio e il consigliori neanche tanto occulto Claudio Lotito), oltre ad una federazione - parlo di apparato - che non ha saputo guidare lo staff tecnico nei momenti difficili. Uno snodo cruciale era proprio lo spareggio play-off. Come in tutti i club, come in tutto il mondo, a Ventura andava detto che il 3-5-2 era un modulo poco adeguato ai calciatori che lui stesso aveva convocato. Così come gli si doveva ribadire che, in ogni Nazionale che si rispetti, giocano i calciatori più in forma, quindi Insigne sicuramente, sugli altri avrebbe potuto decidere come gli pareva.

Al contrario, questo compito calcistico-istituzionale è stato lasciato nelle mani dei calciatori più anziani che, per convinzione personale o per garantirsi il posto, sono andati in direzione opposta: suggerendo (o imponendo) la difesa a tre, hanno favorito il 3-5-2, cioé l’unico sistema di gioco che, forse, non avrebbe potuto contemplare Insigne. Scrivo forse perché - l’ho detto e lo ripeto - io Insigne l’avrei schierato anche in coppia con Immobile, nel ruolo che nel primo tempo contro la Svezia, ha svolto Gabbiadini, ovvero tra le linee e dietro la prima punta. Senza contare che Ventura avrebbe potuto disegnare un 3-4-3 molto adatto alla necessità di fare gol (nessuno in 180 minuti contro un avversario modestissimo). Per quanto riguarda il rapporto con i calciatori, mai e poi mai, una Federazione seria e un c.t. sicuro di sé avrebbero consentito di allestire una riunione tecnica, come avvenne prima della partita con l’Albania, senza che fosse presente l’allenatore. Dopo quell’episodio, assai poco stigmatizzato dai media, e per le conseguenze che ne sono discese, Ventura aveva già perso il controllo della squadra. E quando una squadra è senza controllo non risponde più a nessuno, nemmeno a se stessa.

Oltre che per il mancato obiettivo, Ventura deve essere cacciato anche per questo. Non se ne andrà, invece, Carlo Tavecchio. La mia previsione si fonda, prima di tutto, sul fatto di conoscerlo bene e di sapere attraverso quali connessioni abbia organizzato il suo sistema di potere. Certo, Malagò vorrebbe che lasciasse, ma il presidente del Coni non può intervenire sulle scelte politiche di una Federazione. Lo potrebbe fare se Tavecchio venisse sfiduciato. Al contrario  credo che il sistema calcio (con l’eccezione dell’Aic e, forse, della Lega di serie C) si compatterà e che il presidente federale lascerà passare la buriana. Tuttavia nessuno - nemmeno lui - può sapere quali saranno le reali conseguenze su un movimento danneggiato non solo nell’immagine, ma anche dal punto di vista economico e finanziario. Fino a ieri c’era la Corea che segnò la disfatta di Edmondo Fabbri. Da oggi c’è la Svezia, punto di non ritorno per Gian Piero Ventura. Ma aggiornare i paragoni, in questo momento, fa solo più male.