L'ex centrocampista della Lazio Christian Manfredini in un'intervista al quotidiano La Stampa commenta l'episodio di razzismo avvenuto domenica scorsa nella Curva Nord dell'Olimpico. 'Quei corsi li ho sentiti molte, troppe volte, e ogni volta mi dicevo: ci risiamo - spiega il giocatore di origini ivoriane, per otto anni in biancoceleste -. E' altrettanto vero che dai primi anni 90 le cose sono cambiate, anche se non lo si deve alle misure adottate dalle istituzioni: l'Italia non è un paese razzista, diciamo che non è ancora abituato alla diversità di colore, ma lo sta diventando. Fra dieci, vent'anni, le classi a scuola saranno sempre più aperte e, allora, il processo sarà compiuto. Quella dei buu negli stadi è una moda. Spero non lo diventi anche quella di abbandonare il campo tirando il pallone in tribuna: che senso ha andarsene davanti ad un insulto del genere? E quando ti urlano devi morire? Stiamo parlando di dieci, venti, cento che si comportano così. Io ho vissuto anche una realtà come quella di Verona: nessuno, per strada, mi ha mai insultato. Ho sempre cercato di non dare troppo risalto a situazioni del genere. È un fatto di mancanza di cultura che, sono convinto, il tempo sanerà. Ho giocato in squadra, ad esempio, con Dabo o Mudingayi: loro soffrivano molto più di me quando la nostra curva prendeva di mira per lo stesso colore della pelle chi ci stava davanti. Ma purtroppo cori o cose simili avvengono un po' ovunque: penso a Livorno o, appunto, alla stessa Verona. Questa moda avrà fine e lo avrà, diciamo, in maniera naturale non appena i nostri figli vivranno in una comunità multietnica come accade da anni all'estero'.