Analisi approssimativa delle emozioni post-Inter-Lazio? Amarezza. Sensazione di aver lasciato a Milano 2 punti. Sensazione che, come sempre, Inzaghi abbia incartato Spalletti in un angolo (che deja vu meraviglioso, eh, Luciano?). Sensazione che sia mancato il colpo del KO. Orgoglio speranza vertigini Var (però mister, stavolta non ci hanno tolto niente, stavolta non poteva essere rigore) classe voglia, ma lasciatemi dire, soprattutto grande orgoglio. La Lazio che esce da San Siro lo fa applaudendo in alto i suoi 2000 tifosi, che hanno sfidato il gelo finale del 2017 per alzare il tiro. Non come risultato magari, ma come mentalità: la Lazio è andata a Milano contro l’Inter a vincere. Il cambio di mentalità si vede nell’analisi ormonal-psicologica del post: l’amarezza di aver lasciato 2 punti a Milano è figlia di una grande virata verso l’alto delle aspirazioni, della testa. La Lazio non ha avuto paura di sfidare a viso aperto una squadra di super vertice. Non ha avuto paura di provare l’impresa: il calcio a volte non regala quello che promette, non si vince ai punti, ma l’impressione resta forte come l’amarezza di fondo al triplice fischio. Questa Lazio ce la poteva fare.
 

Per alchimie e quel gioco di impatto col pallone l’occasione più chiara del secondo tempo non si è concretizzata (ahi, Felipe), per una certa dose di caratura nerazzurra l’impresa è stata tosta, gagliarda. Ma questa Lazio fa bene a guardare in alto con applausi: ai tifosi, che hanno dimostrato di non aver paura di freddo e ultimi botti, sempre infidi, di fine anno. Ma soprattutto a sé stessa: diciamolo, dai, questa Lazio merita un monumento per il suo 2017. Lo merita Inzaghi, se lo merita davvero. Forse qualcuno dei suoi interpreti principali contro l’Inter non è stato pazzesco, e forse per questo la partita non ha seguito i piani dell’allenatore biancoceleste fino alla vittoria. Perché a volte gli scontri diretti li vince anche chi ha  l’interprete che decide di caricarsi sulle spalle il destino. Ma Inzaghi ha vinto l’ennesima sfida tattica contro Spalletti (ti ricordi, Luciano? Eravamo noi, e i derby vinti). L’aggressione alta pensata dall’ex stratega giallorosso è fallita sempre, Luis Alberto e Milinkovic erano spesso in grado di far risalire la squadra, e muoversi tra le linee anche piuttosto liberi. Inzaghi ha ingabbiato gli esterni dell’Inter, Icardi ha capito perché il valore di de Vrij è realmente quasi incalcolabile (e quanto lo rimpiangeremo, pur senza ‘vedovismo’ preventivo). Tutto era pronto, la tavola apparecchiata, sono mancati i gol, lo spunto decisivo, la cattiveria cinica. Ma francamente, siate spudorati: questa Lazio merita solo applausi. Esce con un convinzione grande dai match d’alta quota: se la gioca con chiunque, nessuno l’ha mai messa sotto. Ora tutti sono chiamati, nel 2018 in arrivo, a confermarsi in maniera importante: tifosi, squadra, società. A partire dal mercato di gennaio. Siate affamati,  siate folli, diceva qualcuno, inflazionato, abusato. Forse basterebbe dire alzatelo ora, lo sguardo, più in alto dello spicchio dei tifosi, più in alto dei cori. Non ha senso iniziare l’anno senza un grande sogno. Non ha senso rinchiudersi in piccole aspirazioni. Questa Lazio deve guardare alla Champions League, deve sognare quella stramaledetta musichetta. Tutto il resto non conta. Analisi psicologica in vista del 2018: virata verso l’alto di tutti i sogni migliori, così ha senso questo nuovo inizio, così ha senso questo nuovo anno, così ha senso tutto quello che di buono, incredibile, si è fatto fino ad ora. Analisi psicologica in vista del 2018: sogni talmente forti, da far girare la testa, sono i sogni che la Lazio deve portare da Milano. Sogni talmente belli,  da guardare, da mormorare, questi sono i sogni che bisogna augurarsi, per la Lazio, e i suoi tifosi, nel brindisi della mezzanotte. Tutto il resto è poco.  Tutto il resto non è da Lazio.