Aspettando l'autocritica di Urbano Cairo. Si apre così l'ultima settimana di sosta della Serie A. Con un duello per lo scudetto che promette di allungarsi fino al termine della stagione, un mini-torneo per le piazze che portano in Europa che all'improvviso si è acceso, e una corsa per la salvezza che si sta ampliando anch'essa in modo che soltanto un mese fa non era pronosticato. E in mezzo a tanta incertezza come da tempo non se ne vedeva nel massimo campionato italiano, ecco l'unico punto fermo: l'invincibile mediocrità del Torino plasmato dal cosiddetto Re Mida dell'editoria. Una squadra che da quando è tornata stabilmente in Serie A non è mai andata al di sopra del settimo posto, risultato ottenuto nella stagione 2013-14. Che nelle scorse tre stagioni ha concluso due volte al 9° posto e una volta al 12°. E che adesso se ne sta al decimo posto, inchiodata lì dalle quattro sconfitte consecutive e da una crisi d'identità ormai giunta alle estreme conseguenze.

Chi ha visto la partita di ieri ne ha ricavato un'immagine desolante. Il Toro si è praticamente consegnato alla Fiorentina nel primo tempo. Ha fatto qualcosa di meglio nella ripresa (anche perché impossibile sarebbe stato fare peggio), ma non quanto bastasse per evitare i soliti errori d'insipienza e perdere contro un'avversaria che nemmeno ha dovuto spremersi per portare a casa i 3 punti. Così fanno 4 sconfitte di fila, che imprimono un timbro pressoché definitivo a una stagione mai attraversata da un barlume d'esaltazione. E se adesso il presidente annuncia che da qui a fine stagione tutti i giocatori sono sotto esame, è giusto porre l'interrogativo che in casa granata viene accuratamente eluso: ma lui, Cairo, quando ci si mette sotto esame?

Se questo Toro si è dato l'impronta del piccolo cabotaggio, se da quando è tornato in A la sua massima aspirazione è acciuffare la parte sinistra della classifica, e se infine rischia di perdere quel DNA da Toro che è un patrimonio di tutto il calcio italiano e non soltanto del popolo granata, le colpe di tutto ciò non possono essere soltanto di chi va in campo. Oggettivamente, le squadre costruite dal presidente e dal celebratissimo ds Petrachi non valgono tanto più di quanto hanno saputo conquistarsi sul campo. Al netto di sfortune e episodi discutibili (che però si sono alternati a fortune e episodi favorevoli), il Toro recente ha raccolto sempre ciò che ha dimostrato di meritare. Risultati in linea con una carenza d'ambizioni che discende dall'alto. E quali ambizioni si può alimentare, quando il principale obiettivo è realizzare plusvalenze in sede di calciomercato o cedere il proprio centravanti per 100 milioni di euro?

Dato questo contesto, qualsiasi mossa adottata per dare la scossa a un ambiente intorpidito è condannata a produrre effetti di brevissimo termine. Non poteva che essere così anche nel caso del cambio di allenatore, col passaggio da Sinisa Mihajlovic a Walter Mazzarri. Esaurita una prima fase di risultati positivi, durata cinque giornate (tre vittorie e due pareggi, messi insieme durante una fase invero parecchio favorevole di calendario), è immediatamente tornata la depressione grazie alle quattro sconfitte appena messe in archivio. Di fatto, il Toro è tornato in linea col ruolino di marcia di Mihajlovic. Che infatti, tremenda analogia, aveva fatto bene nelle prime cinque gare di campionato e raccolto gli stessi punti raggranellati sotto l'avvio della gestione Mazzarri (11 su 15), salvo avviare la crisi proprio con la sconfitta nel derby. Due traiettorie in fotocopia, come si evince anche dalle medie-punti fatte segnare sotto le due guide tecniche: 25 punti in 19 partite col tecnico serbo, per una media di 1,31 punti a gara, e 11 punti in 8 partite col tecnico di San Vincenzo, per una media di 1,37 punti a gara. E giusto sul capitolo allenatori si apre un altro fronte particolarmente infelice per il presidente granata. Che proprio non azzecca una scelta in materia di guida tecnica. E lasciamo pure perdere il caso Ventura, allenatore sulle cui doti sono stati purtroppo resi edotti tutti i tifosi di calcio italiani, non soltanto quelli Toro. Ma anche la scelta e la gestione di Mihajlovic sono state catastrofiche. E poi è arrivato Mazzarri. Un allenatore che è stato cambiato in negativo dal passaggio all'Inter. Era tecnico di grande temperamento, adesso è un professionista che si porta dietro un fardello d'insicurezze immediatamente trasmesse ai giocatori.

L'aneddotica dei suoi alibi dà ormai materiale per un'enciclopedia, e anche ieri il campionario è stato aggiornato nel post-partita televisivo. Solo che ieri il presidente non era alle spalle del suo allenatore. Al contrario di quanto era successo dopo il 3-0 inflitto al Bologna, esordio di Mazzarri sulla panchina del Toro, quando il presidente fu lesto a farsi trovare dietro la panchina (e in favore di telecamera) per abbracciarlo. La vittoria è nostra, le sconfitte sono cazzi tuoi. I tempi cambiano, ma certe cose rimangono uguali. E la costante di questo Toro cairota non è il (presunto) tocco di Mida, bensì il (reale) sguardo di Medusa. Capace di pietrificare qualsiasi cosa incroci. E al Toro il processo di pietrificazione è in stato d'ampio avanzamento. E magari al Re Medusa sta bene così. La scarsità d'ambizioni è garanzia di non insuccesso. Di fatto, nel mondo del calcio, il solo beneficiato dall'essere stato oggetto delle attenzioni cairote è stato il presidente della Liga spagnola, Javier Tebas. Che ha usato l'endorsement di Cairo, come possibile numero 1 della Lega di Serie A, per strappare un lauto aumento di stipendio ai club spagnoli. Mi auguro che almeno gli abbia mandato un mazzo di fiori a casa. Fiori in selce, of course.
@pippoevai