Dal dizionario Garzanti, definizione di ragazzo: 'Fanciullo, giovane che ha superato l'infanzia e non è ancora entrato nell'adolescenza'. E fin qui nulla di strano. Ma il diminutivo 'ragazzino' rappresenta un sostantivo modificato, che come recita lo stesso dizionario esprime sfumature varie del significato della parola. Dando per scontato che il nomignolo per Lorenzo Insigne ci sta (in virtù della 'piccolezza' espressa dal diminutivo), siamo certi che Walter Mazzarri lo chiami in quel modo con un senso affettivo. E quindi va bene così. Va meno bene se il nomignolo 'ragazzino' comincia a essere preso a sproposito anche da chi non ne ha titolo: passi che lo usino i tifosi, che hanno più di una deroga sulla loro squadra del cuore e intendono comunque esprimere simpatia, diverso è se ad utilizzarlo sono opinionisti, giornalisti o altri uomini di calcio: i famosi 'addetti ai lavori'.

Per prima cosa chiamare qualcuno 'ragazzino', al di là della giovane età (neanche poi così tenera, Insigne ha 20 anni) e della statura, è un approccio confidenziale del tutto gratuito. Ma soprattutto quel diminutivo non piace molto al giocatore e alla sua famiglia. Così come i rimproveri di Cavani cominciano a essere troppi e a stancare (passino invece quelli di Mazzarri), sarebbe ora di chiamare Insigne per quello che è. Un ragazzo normale, o un calciatore, o perché no un potenziale campione. Il motivo per cui qualcuno abusa col termine probabilmente deriva dal desiderio di emulare Mazzarri. Di certo il tecnico toscano non è stato sempre delicato col giovane attaccante azzurro: 'Napoli non è Pescara', ha detto, o anche 'Qua non stiamo in Serie B', 'Non è che un ragazzino che viene dalla B si mette davanti ai nostri campioni', ancora peggio.

Insomma, il tono del tecnico sembra voler tenere Insigne sulle spine e spronarlo a restare umile, e per questo il termine 'ragazzino' non sembra essere usato a casaccio. Verissimo è che l'attaccante azzurro deve maturare e crescere calcisticamente nel migliore dei modi, senza vivere nella bambagia o con le corone d'alloro sulla testa. Va bene tenerlo sulle spine, allora, ma guai a far diventare Insigne il 'ragazzino' sulla bocca di tutti, anche di chi non ha la confidenza necessaria per chiamarlo così. Perché l'affetto di un giocatore verso la piazza e l'attaccamento alla maglia si guadagna innanzitutto con il rispetto dell'ambiente. E poi attenti, perché se un giorno questo 'ragazzino' venissero a soffiarlo dall'estero, ci si accorgerà che altrove potrebberlo chiamarlo col suo nome: Insigne. E di certo Napoli non vuole rimpiangere altri campioni, ormai persi.