Secondo il più classico dei copioni all'italiana, dobbiamo toccare il fondo per renderci conto degli errori commessi e tentare di porvi rimedio. Nella politica, nel sociale, nei rapporti interpersonali e persino in quella che è la nostra fonte primaria di passione e di divertimento, ovvero il calcio. Giovanni Arpino scrisse un libro che, purtroppo, appartiene alla collana dei "dimenticati" o quasi. Si intitolava "Azzurro tenebra" e raccontava la storia, vera, di una farlocca spedizione dell'Italia in Germania dove la squadra della quale era capitano Giacinto Facchetti naufragò miseramente. Ma almeno, quella volta, non eravamo stati esclusi dal gioco. Oggi la "tenebra" si è trasformata in buio pesto. Riaccendere la luce, al più presto, sarà un obbligo per l'intero movimento e per la stessa credibilità del nostro Paese.

Non sarà semplice e neppure a tempi brevissimi dare il via e concretizzare questa particolare operazione di risorgimento calcistico. Sono ancora troppe le zavorre che potrebbero frenare o comunque ritardare l'indispensabile necessità di dietrofront. Politica, sportiva e non, sete di potere mai estinta e interessi personali continuano a scorrere negli angoli più bui e segreti del Palazzo ammorbando l'aria e confondendo le idee. La prima mossa, dunque, sarà quella di spalancare le finestre per fare entrare un buon vento e di fare pulizia totale anche nei cantoni che sembrano irraggiungibili​Tavecchio e Ventura sono gli ultimi rami secchi di un albero malato e anche i più evidenti. Ma il guaio è che, dietro la loro responsabilità per il disastro avvenuto, esiste la realtà di una malattia partita dalle radici. Ed è proprio in quella zona d'ombra invisibile che occorre scavare, intervenire e recidere a differenza di ciò che è stato fatto in passato quando, anziché affidarsi nelle mani di persone autorevoli e competenti come Dino Zoff o Gianni Rivera, poltrone e poltroncine vennero ridistribuite tra i soliti noti o i loro sodali con il risultato che oggi sta sotto gli occhi del mondo il quale ci sfotte.

Dignità, autorevolezza e capacità operativa. Tutte qualità da recuperare il più presto possibile grazie a un ribaltone radicale attraverso il quale piazzare gli uomini giusti al posto giusto. Uno di questi, innegabilmente, si chiama Paolo Maldini, il quale possiede tutte le caratteristiche morale e professionali necessarie per fornire un senso di credibilità e di attualità all'operazione risorgimentale di Casa Italia. Un personaggio nato nel calcio e che al calcio ha dato sempre tutto di se stesso in maniera ampia e coerente anche secondo le indicazioni e l'educazione sportiva ricevuta da papà Cesare. Non solo un calciatore e neppure soltanto un campione, ma un uomo attento anche a tutto ciò che rappresenta il gioco del pallone oltre i confini di una partita e quelli segnati dal professionismo esasperato. La visione che Paolo Maldini possiede del calcio è davvero ampia e circostanziata. I bambini, i ragazzini e i giovani per l'ex fuoriclasse del Milan e della Nazionale rappresentano l'asse portante dell'intero movimento. Diversamente Maldini non avrebbe avuto alcuna remora nell'accettare ruoli di immagine o fintamente operativi come quello che gli aveva offerto Fassone nel Milan cinese o come quello che Baggio aveva accettato fidandosi maldestramente della Federazione.

Nessuno meglio di Paolo Maldini, dunque, sarebbe in grado di rappresentare la messa in opera della "prima pietra" utile alla rifondazione. Perché questo accada e perché lui accetti di mettersi in gioco nell’avventura è assolutamente necessario che in questo preciso momento di "lunghi coltelli" e di "si salvi chi può" venga fatta chiarezza e pulizia totale. E se l'albero azzurro dovesse essere non solo malato, ma addirittura defunto, che se ne interri uno nuovo con semi giovani e adatti. Pensare e immaginare non solo una Nazionale, ma anche una Federazione governate e dirette da una troika Albertini-Maldini-Ancelotti significherebbe che il Risorgimento è in atto.