Anche lui, fatalmente, scollina oltre la metà del cammino. Neppure le Leggende possono sottrarsi allo scorrere del tempo in fuga. Paolo Rossi, oggi, entra ufficialmente nel club dei sessantenni. Rispetto alla nuova media di sopravvivenza non sono molti, ma neppure pochi. Quelli che bastano per indurre a una sosta almeno di riflessione, se non proprio di bilancio.

L’uomo che, con quel cognome così banale, seppe arrivare sulla vetta del mondo trascinando con sè un’intera nazione sabato sera riunirà una trentina di persone nel privè della celebre Capannina di Forte dei Marmi e soffierà sulle candeline della torta preparata da un famoso pasticcere. Una festa tanto esclusiva quanto blindata e niente mondana perché, un’occasione così speciale, non prevede contaminazioni glamour e né tantomeno da copertina patinata. Non sarebbe nello stile del festeggiato-protagonista. Amici e soltanto amici. Autentici. Fidati. Oltre ai parenti, naturalmente. Soprattutto Federica, la moglie. Maria Vittoria e Sofia Elena, dolci pesti di bimbe, insieme con Alessadro il primogenito ormai uomo nato dal primo matrimonio con Simonetta.

Tre colleghi di campo e basta. Marco Tardelli, Antonio Cabrini e quel “cucciolo” grande di Niky Zanone che Paolo ha adottato da anni. Sono i compagni che hanno affiancato Rossi per una vita e non soltanto nel suo percorso professionale. Erano i “quattro moschettieri” che ai tempi juventini di Torino esercitavano il loro fascino sui tifosi, la domenica, e sulle belle madamin tutti i giorni.

Avrei dovuto esserci anche io, questa sera. Impossibile. Sono socialmente out da quaranta giorni. Il malleolo destra fracassato da una brutta caduta e una sedia a rotelle per viaggiare, con fatica, da una stanza all’altra della casa. Come James Stewart ne “La finestra sul cortile” con la differenza che nessuna Grace Kelly mi viene a fare visita, la sera. Paolo mi ha detto che sarebbe passato a prendermi, insieme con Enrico Salvadori direttore de “La Nazione” a Viareggio  per caricarmi in macchina e portarmi in Capannina. Non mi è sembrato il caso. L’umore è perfido e il solo pensiero di trovarmi, così conciato, nel cuore di un’allegra brigata mi faceva  star ancora peggio. Ci si vedrà. Le occasioni non mancheranno di sicuro. Perché sono quasi quarant’anni che regge quel filo sottile il quale un giorno ha provveduto a legare la mia vita con la sua. Due o tre cose, insomma, di lui le so e le posso raccontare.

Intanto so per certo che alla festa di questa sera non è stato invitato Pablito. Non perché Paolo Rossi abbia deciso di ripudiare il suo “alter ego” che lo ha reso celebre in tutto il mondo e che, ancora oggi, viene rincorso e fermato per strada con la richiesta di un autografo e di un selfie. Non solo da vecchi tifosi d’antan ma anche da giovani e persino insospettabili ragazzini che nel 1982 erano manco nati. Pablito ha trentaquattro anni. Lui ne compie sessanta. Paolo vuole dimostrare, a se stesso e agli altri, che il suo spessore umano e tutte le sue avventure di essere vivente possono e debbono prescindere dalla figura di un poster seppure così gigantesco importante. La festa del suo compleanno non sarà uno spot e né un reclame del campione. Persona. Marito. Padre. Amico. Con quel cognome così banale: Rossi. Sicchè Pablito, per una volta, rimarrà nel bel cascinale-resort dell’ Aretino, a Bucine, dove vive Paolo con la sua famiglia, a fare da custode per tutte le Coppe e Coppette che stanno allineate nella sala dei trofei.

Non so quanti e quali saranno i regali che riceverà dagli invitati. Personalmente ne avevo in serbo uno, senza pacchetto e senza fiocco. Un dono vocale, intimo e discreto. La rivisitazione di momenti indimenticabili e irripetibili con i quali, strada facendo e un poco alla volta, è stata cementata un’amicizia. Quelle due o tre cose che so di lui, insomma, come dicevo. Vicenza che, per qualche anno, fu la mia città. A settimane alterne, dal venerdì alla domenica, quando la squadra di Farina e di Gibì Fabbri giocava al Menti. Gli allenamenti con Rossi, Zanone e Verza verso i quali gruppi di ragazzine in amore sventolavano le loro mutandine. I pranzi alla trattoria dl Giacio, che non c’è più, con finale da sotto il tavolo per via del fragolino. A casa del mister per affondare nella cucina romagnola della signora Fabbri. Vederlo dalla tribuna stampa, lui così piccino, giganteggiare dentro l’area avversaria e mettere a cuccia anche la mia juventinità sperando, invano, che segnasse il gol dello scudetto vicentino proprio contro la Juventus. Le lunghe passeggiate per le strade di Vicenza con la gente che lo salutava “Ciao bomber!” e lui sempre sorridente, mai finto o scostante. Il matrimonio da favola con Simonetta.

Poi, dopo la vergognosa trappola del calcio scommesse nella quale lo avevano trascinato per ingenuità o per distrazione, Torino. La Juve. La resurrezione trapattoniana. La Spagna dove, con gli azzurri in silenzio stampa, mi dovevo inventare ogni giorno i “pensieri di Rossi”. E mi confessò, in seguito, che quasi sempre ci azzeccavo. Nuove strade. Il declino e, infine, lo stop definitivo registrato nello spogliatoio del Bentegodi a Verona dove, soli lui ed io, lo vedo piangere non so se più per il dolore alle ginocchia che non lo reggono in piedi o per la disperazione provocata dalla consapevolezza di un ineluttabile abbandono.

Lui, con Federica, ha scritto il romanzo della sua vita. Io gli regalo il mio, verbalmente, per come l’ho vissuta da lontano o al suo fianco. Al fianco di Paolo Rossi, neo sessantenne. Pablito, anche questa volta, lo lasceremo a guardare.