Giovanni Malagò potrà restare alla guida del Coni sino al 2025. Il Partito Democratico ha intenzione di presentare stamattina alla Camera, nella legge di stabilità, un emendamento che prevede che i mandati del presidente del Comitato Olimpico possano passare da due, come è adesso, a tre. In tutto, quindi, 12 anni al vertice, così come è previsto al Cio. Come scrive La Repubblica in edicola oggi, questo emendamento in pratica è una legge ad personam perché riguarderebbe solo Malagò mentre verrebbe cancellata la parte anti-casta, ossia quella che pone un limite di tre mandati anche ai presidenti di Federazione che oggi sono in carica da 5-7 mandati. 

Una vera e propria "legge Malagò", così la definiscono negli ambienti del Coni, che scaturirà dalla sintesi che il presidente della commissione Bilancio e relatore della manovra, Francesco Boccia, farà delle modifiche proposte nel cosiddetto "pacchetto Sport".
Potrebbe insomma rientrare dalla finestra un emendamento alla legge di stabilità che in realtà è già stato bocciato due volte per inammissibilità. Perché questa volta potrebbe essere accolto, anche se limitatamente alla parte riguardante Malagò? 
Tutto dipende dalla possibilità che in questa parte terminale della legislatura il Senato approvi il disegno di legge sulla riforma complessiva del Coni, già passato alla Camera, che prevede il limite ai mandati al Coni, al Comitato Paralimpico e alle Federazioni. Martedì ci sarà l’ultimo tentativo di calendarizzarla nella conferenza dei capigruppo. Se ciò non dovesse accadere, si vuole salvare uno o due punti essenziali della riforma, tra cui l’estensione del mandato di Malagò. Una soluzione che non piace nemmeno allo stesso presidente del Coni che, per evitare imbarazzi, chiederà a Boccia di ritirare l’emendamento. Bisogna vedere se il deputato Pd lo farà. La volontà che trapela è non ripetere un caso Roma 2024: dalla continuità del vertice Coni dipende anche la conferma del summit mondiale che il Cio ha previsto a Milano nel 2019. 
Questa del disegno di legge sul limite ai mandati al Coni, è una classica storia all’italiana: se ne era occupato per primo il senatore Pd, Raffaele Ranucci nel 2008. In un primo tempo era stato previsto un massimo di due mandati: su questa posizione si è sempre battuto il M5S ma Pd e Forza Italia hanno trovato un’intesa sui tre mandati. 

Intanto entro il 22 dicembre la Camera dei Deputati ha in calendario l'approvazione dell’emendamento (per la legge di stabilità) che prevede la rinascita dell’albo del procuratore sportivo, stavolta targato Coni. Il Senato ha già dato il via libera, eccoci quindi al passaggio finale. In effetti dopo la liberalizzazione imposta dalla Fifa il 1 aprile 2015 la categoria è andata incontro a molte difficoltà. Innanzitutto il boom di iscrizioni, visto che gli abilitati sono diventati oltre mille. Con evidenti rischi anche sotto il profilo della legalità. Da qui le numerose proteste delle due associazioni di categoria: l’Aiacs e la Iafa, tendenti ad avere un riordino della materia. Ora con l’emendamento Falanga-Barani-Milo accadrà che anche in Italia sbarcherà il modello francese. Vale a dire ci sarà un albo professionale che permetterà ai vecchi procuratori (circa 500) di far valere i propri diritti, verrà reintrodotto l’esame e sarà necessario dimostrare di non avere carichi penali (non basterà più l’auto-certificazione). Resta da chiarire l’aspetto fiscale: il Parlamento avrà 120 giorni di tempo per definire il quadro. C’è molta attesa per il varo della nuova normativa. Tra gli interessati c’è un coro di consensi, ma non mancano le osservazioni critiche. Del resto l’attività del procuratore fa discutere da sempre.

Giovanni Branchini ha commentato alla Gazzetta dello Sport: "Questa nuova legge sugli agenti va incontro alle richieste della categoria e non può che avere il mio consenso. Va bene il ritorno dell’albo professionale e degli esami. Ma non vorrei peccassimo di superficialità. Visto il momento di 'interesse' nei confronti della nostra situazione non dobbiamo accontentarci di vincere un’unica battaglia, lasciando perdere l’obiettivo più importante. Con l'eventuale egida del Coni ci saranno nuove norme. Ma chi le redigerà e soprattutto chi si occuperà di farle rispettare? Senza questa garanzia rischiamo di restare al punto di partenza. In questi anni la Figc, inspiegabilmente, non ha mai risposto ai nostri appelli. L’auspicio è che i nuovi governi all’orizzonte in via Allegri a Roma e in via Rosellini a Milano siano più sensibili. Ma mi rimane il serio timore che questa riforma nata in Parlamento non smuova in realtà le acque. Da anni dialoghiamo bene con l’Assocalciatori, ma manca un rapporto con la Lega di Serie A e con i vertici federali. Sono loro i nostri interlocutori naturali e per migliorare le condizioni di lavoro serve un’intesa con loro. E, su larga scala, con la Fifa. Non basta costruire un nuovo castello di norme. Bisogna coinvolgere Figc e Fifa per poter dar vita ad una seria collaborazione finalizzata a risolvere i problemi di oggi e a monitorare sul nascere quelli che verranno. Non sono pessimista, ma realista. Il ruolo del procuratore è oggi sempre più rilevante, dobbiamo eliminare equivoci ed eccessi. Io dico da sempre che va punito chi sbaglia. Ma per far ciò serve che qualcuno si prenda la briga di controllare che le regole vengano rispettate. In passato la Fifa ha denunciato il fenomeno, ma non è mai intervenuta. E la deregulation ha fatto il resto. Ora, però, sarebbe il caso di chiamare i governanti del calcio a prendersi le loro responsabilità. Perciò dobbiamo coinvolgerli. Non dribblarli".