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  • Perché ce l'hanno tutti con Raiola?

    Perché ce l'hanno tutti con Raiola?

    • Fernando Pernambuco
    Raiola compra a Miami la villa faraonica che fu di Al Capone ed è la ciliegina sulla torta per la matematica moralistica. Ovvero: un cameriere d’origine italiana che non sa parlare e guadagna un sacco di soldi, si realizza comprando la villa del re dei gangster. L’equazione non farebbe una piega se non fosse frutto del contrario della matematica, ossia di opinioni, mitologie, pettegolezzi che si raddensano costantemente nel karma negativo creato attorno ad uno dei procuratori di maggior successo dei nostri anni.
     
    Altri, per esempio Mendes, sono oggetto di dura e serrata critica, ma non diventano mai una macchietta. Il fatto è che Raiola è “grasso”, “inelegante”, “figlio d’un pizzaiolo”, “uno che sa otto lingue e non ne parla bene nemmeno una”. In teoria bisognerebbe ammirare chi si è fatto da solo, figlio di emigranti, che serviva nella sala del ristorante paterno, ma lui no. Lui è dipinto come un buzzurro, T-shirt sulla pancia dirompente, jeans, Adidas. Ibra, al primo incontro, sintetizza così: “Sembrava uno dei Soprano.”
     
    Il punto è questo: Raiola stupisce perché tutti credono che uno così, senza giacca e cravatta, dal linguaggio approssimativo ( in verità la lingua che conosce peggio è l’italiano, le altre sono davvero tanto pessime da permettergli di condurre trattative di alto livello?) affamato di spaghetti e pomarola, possa  viaggiare sui 30 milioni di provvigioni all’ anno.

    Al di là degli effetti destabilizzanti, degli umori, delle rabbie e delle speranze che tutti i procuratori alimentano, sembra che Raiola, sia la summa d’ogni infamia mercantile del calcio contemporaneo. Ma, verrebbe da chiedersi, e gli altri? I presidenti, i dirigenti, i fondi, i padri, le madri, i calciatori sono tutti angeli caduti in terra, dediti soltanto all’etica sportiva? Loro non fanno il proprio interesse, solo Raiola fa il proprio e quello del suo assistito? Certo lui ci mette qualcosa in più. Come è stato detto, è “un Don King senza i capelli dritti e con altri occhiali, ma con la stessa capacità di fare show ad ogni dichiarazione”.

    In una bella intervista con Malcom Pagani per “Gq”, Mino ha tratteggiato con efficacia, storia e carattere della sua carriera: “Ai calciatori domando: ‘vuoi diventare il più pagato o il migliore?’Se risponde ‘il più pagato’ gli indico la porta. Il pittore che dipinge un quadro per denaro e non per passione non lo vende.” Chi lo avrebbe detto pensando all’ “avido e grezzo pizzaiolo italiano?”, destinato come si diceva, ad incarnare l’idea del calcio degenerato. Eppure non avendo stabilito  le regole, il suo credo è semplicemente quello di fare in modo che il proprio assistito (e di conseguenza lui) venga pagato di più. Un credo di molti, di moltissimi, solo che lui lo esegue bene, anzi benissimo: “Il mio lavoro non è portare tutti qui o tutti lì. Non sono un tassista. Gestisco gente di cui sono orgogliosissimo, che non è mai uscita dalla provincia. Il mio mestiere è aiutare le persone a trovare la loro dimensione. Con i ragazzi non ci sono contratti. Basta una stretta di mano.” Va da sé che una “stretta di mano” con i presidenti non può bastare.

    La sua prima battaglia fu con l’amato/odiato Zeman, che voleva imporgli lo stipendio dei suoi assistiti e non voleva che diventasse il procuratore di Nedved. Anzi, la prima fu contro il cartello della Interpro, la società attraverso cui dovevano passare tutti i trasferimenti dei calciatori olandesi all’estero (quella che aveva venduto Van Basten alla Fiorentina, nel 1986, ma i viola fecero scadere l’opzione). Mino, dopo aver fondato la Intermezzo, fece un accordo col sindacato  calciatori dei Paesi Bassi che stabilì come solo quest’ultima fosse l’unico soggetto autorizzato al trasferimento dei calciatori olandesi all’estero. La prima operazione vera, il trasferimento di Roy al Foggia (da lì lo screzio con Zeman) poi seguirono Wim Jonk e Bergkamp all’Inter. Dopo Nedved, il grande colpo con la procura di Zlatan Ibrahimovic.
    Veleggiava a una media di 30 milioni di Euro l’anno, ora dopo Pogba, ha raggiunto i 50. E anche la storia di Ferguson-Raiola-Pogba potrebbe avere come morale che il problema non sono i procuratori, ma piuttosto saper valutare e credere o non credere in ciò che si ha. Agli Annali non verrà tramandata la rapina di Mino, quanto la miopia di Sir Alex.

    Sembra che la serata d’inaugurazione della villa di Miami sia stata sobria, solo con i più stretti familiari. Menu italiano e una proiezione integrale del “Padrino”. D’altra parte, Mino ha ricordato egregiamente le  sue origini di emigrante in Olanda: “Se togliamo la parte criminale, la nostra casetta sembrava il set del ‘Padrino’: ragù, salami, spettacolini.”

    Sì, Mino, non sei peggiore di altri. Anzi. “Non sei tutte chiacchere e distintivo” (anche se questo è un altro film, ma il personaggio è quello giusto).

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