Matera primo a 71, subito dietro c’è il Foggia a 70, poi vengono Pordenone e Cremonese a 68; questo è il podio della regular season Lega Pro quanto a gol fatti. Delle quattro finaliste a Firenze, invece, la squadra più prolifica rimane il Pordenone, che stacca a quota 76 (comprendendo i  playoff) l’Alessandria salita a 71 dai 64 messi a segno in campionato, il Parma a 64 dai 55 in campionato, e infine la Reggiana a 52 dai 43 del campionato. Già questi dati dovrebbero bastare per rendere onore alla stagione strepitosa dei friulani. La seconda consecutiva. Ma qui vogliamo aggiungere altro. 

Il Pordenone di Mister Bruno Tedino è uscito a testa alta, altissima, dalla semifinale di martedì sera persa ai rigori contro i ducali, poi vincitori in finale contro l’Alessandria (2-0). Non meritava certo di fermarsi, il Pordenone, anzi. E non solo per i torti arbitrali subiti, che a un tratto hanno reso la semifinale quasi surreale o comica o semplicemente imbarazzante, ma piuttosto per tutto quello che di buono ha saputo far vedere sul campo. Nel senso del gioco espresso. Come dimostrato a ripetizione in campionato, il Pordenone ha imposto il proprio ritmo anche allo stadio Franchi, mostrando trame superiori, d’altra categoria, e soprattutto annichilendo il Parma. A testimonianza di ciò, si leggano le dichiarazioni di D’Aversa rilasciate nel post-partita, l’allenatore dei gialloblù: “Vorrei spendere due parole per il Pordenone che ha fatto un’ottima gara. Nonostante fossimo passati in vantaggio, abbiamo lucrato senza giocare. Siamo in finale ma l’atteggiamento di una squadra che vuole fare qualcosa d’importante dovrà essere diverso. Il Pordenone lo ha fatto. Non so cosa sia successo, forse l’importanza della partita”. O forse un Pordenone semplicemente superiore. Questa, in sintesi, la posizione di Mister Tedino, che ha avuto l’intelligenza e la nobiltà d’animo, in sala stampa, di concentrare la sua analisi soltanto sul calcio giocato, ignorando completamente gli episodi a sfavore. La razionalità prima di tutto, il comportamento di Tedino è stato esemplare.  

Nel corso della stagione, doveroso ricordarlo, è anche vero che i Ramarri del Noncello non hanno mai battuto il Parma. Han perso sia all’andata (2-4) che al ritorno (3-2), in campionato. Eppure al termine della semifinale di martedì il Presidente neroverde Mauro Lovisa ha ribadito il suo parere: “Non c’è nessuna corazzata Parma. Il Pordenone non ha paura del Parma. Il Pordenone secondo me è più forte del Parma, gioca più a calcio, ha più idee. E non lo dico per presunzione, ma perché l’ho visto. In tre gare abbiamo sempre comandato noi il gioco.” E in effetti. Tra l’altro la sua squadra è stata l’unica big insieme al Padova a battere la capolista, il Venezia di Pippo Inzaghi, se si esclude il confronto dei lagunari col Foggia nella Supercoppa Lega Pro, al termine del campionato. Va aggiunto, per concludere il discorso Final four, che Tedino contro il Parma non poteva disporre dei suoi due migliori marcatori: l’attaccante marocchino, ex Reggiana, Rachid Arma (17 gol in campionato, 20 stagionali) e il talentuoso Emanuele Berrettoni (11 gol in campionato, 13 stagionali). C’è infine un parallelo singolare, tra Pordenone e Reggiana, le due squadre eliminate in semifinale. Entrambe presentano in rosa un centravanti rimasto a secco per tutto l’anno, cosa abbastanza sorprendente, se ci pensate: si tratta di Stefano Pietribiasi (22 + 1 presenze) per i friulani e di Ettore Marchi per i granata (23 + 6 presenze).  E se quest’ultimo contro l’Alessandria a Firenze non ha avuto grosse occasioni per smentirsi, Pietribiasi contro il Parma ha confermato l’impossibile. Al 18’ della ripresa si è divorato un gol da centro area, solo davanti al portiere Frattali. 

Brucia, al Pordenone, essere uscito in questo modo, dopo aver riconquistato la semifinale play-off già raggiunta lo scorso anno. Allora, però, contro il Pisa di Gattuso, che poi avrebbe battuto il Foggia in finale guadagnandosi la B, a Tedino andò molto peggio. Era diversa la formula, intanto. Niente partita secca, niente Firenze con le Final four: andata all’Arena Garibaldi-Romeo Anconetani, ritorno al Bottecchia. Ma già la partita d’andata risultò fatale ai Ramarri, sconfitti 3-0 grazie a una tripletta dell’uruguaiano Varela. Si può dire così che il Pordenone si sia migliorato, al di là del terzo posto confrontato al secondo del 2016, e dello stesso sipario calato appena prima della finalissima. Il segreto? Certamente il gruppo, indubbiamente alcune individualità, ma più di tutto e tutti la regia sapiente di un Mister con alle spalle un apprendistato unico. Infatti, oltre al suo percorso tra i professionisti, dal 2013 al 2015 ha allenato prima l’Italia Under 16, poi l’Italia Under 17. Solo dopo questa esperienza è arrivato a Pordenone, solo dopo essersi confrontato in Nazionale con coordinatori del calibro di Sacchi e Viscidi, e colleghi come Evani, Giannichedda, e persino Conte. Sui suoi primi passi poi, ma dobbiamo tornare molto indietro, alla stagione 89/90, aveva già avuto modo di apprendere tanto da uno degli allenatori che stima di più: Guidolin, in quel di Treviso. Ma non sarebbe corretto terminare un elenco approssimativo dei riferimenti di Tedino senza citare Guardiola, l’uomo che a suo dire “ha introdotto un nuovo concetto, quello del recupero della palla in 3-4 secondi.” In un’intervista per La giovane Italia Tedino proseguiva così: “La ritengo la cosa migliore degli ultimi 15 anni. Lo ha fatto con atleti di grande talento, ma lo si può fare ad ogni livello. Io ad esempio ci provo con i miei giocatori”. E non si può dire che non ci sia riuscito. Il suo Pordenone -va bene- non andrà in B, ma è senz’altro stata la più bella squadra delle quattro di Firenze. Forse addirittura la più forte.