"Il calcio, costosa ossessione del Qatar". È il titolo di un lungo reportage pubblicato da Le Monde nell'edizione del 12 agosto. Due pagine dense in cui viene analizzato un tema di grande attualità: il rapporto fra l'emirato e il mondo del pallone. Il reportage giunge nei giorni in cui da Doha viene pompata una valanga di petroldollari nel calciomercato europeo allo scopo di rafforzare il Paris Saint Germain. Che del Qatar è l'avanguardia calcistica, e adesso si trasforma definitivamente nello strumento d'una politica di potenza finanziaria che traccia la linea fra un prima e un dopo. A partire da questo mese di agosto nel 2017, infatti, nulla più potrà essere com'era. L'acquisizione di Neymar dal Barcellona e quella sempre più probabile di Mbappè dal Monaco movimenteranno, fra costi di trasferimento e ingaggi, una cifra che andrà a sfondare il muro del miliardo di euro. Grazie a quest'espansione, portata con la tecnica d'assalto "Shock and awe", l'emirato ha ridisegnato  un nuovo campo del potere calcio-politico sulle ceneri di quello appena passato a ferro e fuoco. E al centro di tale campo ha piazzato le proprie pedine, come se s'apprestasse a lanciare un'Opa  sul calcio globale. Qualcosa di ben diverso dal "soft power", categoria ormai totalmente banalizzata. Il discorso è più complesso e va oltre l'influenza da esercitarsi a livello globale tramite l'uso manipolatoro della cultura popolaredi massa, ciò di cui il calcio è un pezzo essenziale. C'è infatti che il Qatar ha eletto da tempo lo sport come fattore di crescita della propria autostima come attore dello scacchiere internazionale. E l'accelerazione registrata in queste settimane è l'effetto di un processo di lungo corso e dei suoi alterni passaggi.

Ciò che non viene detto è che l'esibizione muscolare di questi giorni è la stessa esibita dall'emirato all'inizio del nuovo secolo. L'espansione del Qatar nel mondo dello sport prende il via nella prima metà degli Anni Zero, quando la famiglia regnante decide che l'emirato debba diventare una potenza sportiva. E che ciò debba avvenire non soltanto nella sfera del dominio politico-finanziario, ma anche nelle piste e nei campi da gioco. Progetto ambizioso e affascinate, ma costretto a scontrarsi con la realtà di una base demografica esigua. Il Qatar conta circa 2,3 milioni di abitanti. Una cifra già di per sé esigua per poter costruire una potenza sportiva di livello internazionale. Ma che si scopre irrilevante se si va a guardare quanta parte di quella popolazione sia composta da immigrati e quanta da qatarioti nativi. Le stime presenti in rete dicono che la quota di cittadini del Qatar sulla popolazione totale stenti a toccare il 15%, e che addirittura la forza lavoro del paese sia costituita per il 90% da stranieri. Ciò significa che i qatarioti nativi sono circa 350 mila. Meno dei residenti censiti a Bologna. Con ciò che ne consegue in termini di bacino di atleti da cui attingere per costruire delle rappresentative nazionali competitive. Le stime aggiornate al 2015 parlavano di nemmeno 18.000 atleti tesserati, distribuiti fra le 28 discipline sportive strutturate nel paese e con alcune fra queste che presentavano il numero zero alla casella dei tesseramenti.

In condizioni del genere ogni sogno di gloria da nazione sportiva è utopia, a meno di puntare sulla leva del reclutamento. Ossia, la naturalizzazione di atleti stranieri di cui si compra il passaporto come se fosse il cartellino dei diritti federali. Ciò che le federazioni sportive del Qatar fanno esattamente dall'inizio del nuovo secolo. In occasione delle ultime olimpiadi estive, quelle disputate un anno fa a Rio de Janeiro, la delegazione qatariota era formata da 38 atleti di cui 23 nati all'estero. In questo quadro spicca la nazionale di pallamano, che alle Olimpiadi brasiliane si è fermata ai quarti di finale ma è comunque una potenza emergente, avendo vinto le ultime due edizioni (2014 e 2016) dei Giochi Asiatici e conquistato l'argento ai Mondiali del 2015. In quella squadra gli atleti nativi del Qatar sono soltanto tre. Tutti gli altri sono francesi, spagnoli, siriani, o cittadini di una repubblica nata dalla disgregazione dell'ex Jugoslavia. Una situazione certo grottesca. E tuttavia, prima di fare qualsiasi considerazione negativa su tale stato di cose, bisogna non dimenticare che anche in un paese di ben altra struttura e demografica e più solide tradizioni sportive come l'Italia può succedere di vedere una nazionale di Calcio a 5 formata soltanto da oriundi brasiliani.

Più opportuno chiedersi come e perché un fenomeno del genere avvenga. Nel caso della nazionale qatariota di pallamano, il come sta in un regolamento della federazione internazionale che consente di cambiare nazionalità a ciascun atleta non selezionato nell'arco di tre anni dalla propria nazionale. Riguardo al perché, presto detto: salari per gli atleti che possono raggiungere il milione di euro annuo, una cifra che per questa disciplina è da nababbi. E in questo senso la vicenda recente del Qatar dimostra  che nello sport tutto è monetizzabile e tutto può essere comprato. Persino un gruppo di tifosi da prendere a noleggio, affinché faccia da claque in occasione del Mondiale 2015 disputato in casa. Ciò che è successo con un gruppo di 60 spagnoli, trasportati in Qatar e pagati per trascinare il pubblico di casa. A questi supporter di professione è toccato tifare per la nazionale dell'emirato persino durante la gara contro la "loro" nazionale spagnola.

Il caso della pallamano è il più eclatante, ma sono molte altre le discipline sportive che hanno visto le federazioni qatariote impegnate nel reclutamento. Un esempio molto indicativo è quello del siepista e mezzofondista kenyano Stephen Cherono, naturalizzato nel 2002 e sottoposto persino all'arabizzazione del nome. Da quando è diventato un cittadino del Qatar, infatti, si chiama Saif Saaeed Shaheen, e con quel nome ha regalato all'emirato due ori mondiali nella 3000 siepi, a Parigi 2003 e Helsinki 2005. Ma il tradimento della patria sportiva gli è costato anche una disavventura in Kenya. È accaduto a settembre 2006, allorché venne arrestato all'aeroporto di Nairobi come clandestino.
Com'è ovvio, il calcio non poteva sottrarsi ai piani di reclutamento. E negli stessi anni in cui Cherono diventava Shaheen la federcalcio qatariota pianificava di allestire una squadra competitiva in vista dei Mondiali di Germania 2006. Erano in fase avanzata le manovre per naturalizzare calciatori brasiliani: Leandro, Dede e Ailton. Quest'ultimo era l'attaccante del Werder Bema, e è arrivato a essere capocannoniere della Bundesliga nel 2003-04. In quel caso dovette intervenire il colonnello Blatter, facendo una delle poche cose lodevoli della sua lunga epoca a capo della Fifa: una riforma delle regole sulle naturalizzazioni, fatta di fretta e furia, per stabilire che un calciatore naturalizzato non può comunqe giocare con la nazionale del suo nuovo paese se non abbia trascorso da quelle parti un periodo ininterrotto di almeno due anni. Senza questo provvedimento d'urgenza, potete starne certi, l'esperimento compiuto con la nazionale di pallamano sarebbe stato replicato con quella di calcio.

Quello era il tempo in cui il calcio qatariota era governato innanzitutto da Mohammed Bin Hamman, uomo d'affari che è arrivato a essere presidente della confederazione calcistica asiatica (AFC) e vicepresidente della Fifa. Bin Hamman è stato l'architetto della candidatura qatariota a ospitare i mondiali del 2022. Un successo personale che è stato il culmine della sua carriera e l'inizio delle sue disavventure. Perchè dopo aver portato a termine con successo il dossier della candidatura mondiale, Bin Hamman ha provato a alzare l'asticella delle ambizioni lanciando a candidatura personale alla presidenza Fifa. È stato immediatamente travolto dalle accuse di corruzione e radiato dalla Fifa blatteriana.
La caduta di Bin Hamman coincide con l'avvio di una nuova fase nelle strategie sportive dell'emirato. La famiglia regnante capisce che la via migliore è quella di espandersi in Europa per andare a comprare il calcio della tradizione. Cioè quello del gande business. E agisce direttamente, senza lasciare l'niziativa a privati intraprendenti come Bin Hamman. Arrivano così l'acquisizione del Paris Saint Germain e la sponsorizzazione del Barcellona, fatte attrraverso la leva dei fondi sovrani. Quanto alla costruzione di una base calcistica, viene mantenuta la strategia delle naturalizzazioni ma puntando sull'importazione dei giovani talenti provenienti dall'Africa e distribuiti attraverso la rete dei club legati all'Aspire Zone Foundation. Questa nuova strategia sta pagando molto di più, perché davvero mette il Qatar al centro dello scacchiere calcistico internazionale dei rapporti politici e finanziari. Rendendogli una continuità che gli oligarchi russi e i super-ricchi cinesi non sembrano avere. I russi erano arrivati prima degli emiri e adesso sono quasi spariti. I cinesi sono arrivati dopo ma già danno segni di rallentamento.

E invece il Qatar rilancia proprio adesso, e lo fa in un momento che lo vede impegnato a uscire dall'isolamento politico decretato da altri quattro paesi arabi: Arabia Saudita in testa, e poi Egitto, Bahrain e Emirati Arabi Uniti. Motivo del boicottaggio è l'accusa di sostenere il terrorismo islamico. Ma al di là dell'ufficialità i motivi sembano ben altri. C'è che il picccolo emirato è ormai un solido player dell'economia e della finanza globali, e mostra un dinamismo che gli altri paesi arabi dell'area stentano a reggere. E se succede che quelli provino a metterlo nell'angolo, ecco che il Qatar rilancia usando la sponda europea e lanciando l'Opa sul calcio globale. Un colpo d'immagine formidabile e un avviso a Fifa e Uefa. Da qui al 2022, anno del Mondiale in casa, sarà l'emirato a dare le carte.
(1. continua)
@pippoevai