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  • Sampmania: o capitano! Mio capitano!

    Sampmania: o capitano! Mio capitano!

    • Lorenzo Montaldo
    Capitano,

    Io qualche sentore lo avevo quando, in una calda giornata di fine maggio dopo una triste sconfitta con il Napoli, in una partita nervosa e ricca di polemiche, sei andato a prenderti l'applauso composto e quasi timido della Sud. Ti sei presentato in punta di piedi davanti alla stessa gradinata che, sei anni prima, aveva accolto le tue lacrime in quello che forse è stato il giorno peggiore della tua carriera. Una scena che non dimenticherò mai, neppure tra cinquant'anni, commovente nella sua semplicità, piccolo cameo di un calcio che non esiste più da tempo ma che rivive ancora in alcuni gesti. Ad esempio in quel pianto vero e genuino.

    Sembravi quasi impacciato mentre camminavi verso il tuo pubblico indossando per l'ultima volta la maglia 17. Come se ti vergognassi delle tue sensazioni. Anzi, parevi addirittura imbarazzato dal tributo che la tua gente ti avrebbe sicuramente rivolto, se avesse capito che quella in realtà era la tua passerella sul prato del Ferraris. Ecco perchè lo sfogo dell' altro mese di maggio, quel pianto disperato del 2011, assume ancor più valore: perchè si trattava di un'esplosione di sentimenti irrefrenabile, e perchè a un introverso come te viene ancor più difficile lasciarsi andare in questo modo.

    Hai sbagliato anche tu, capitano, a non dirci che quella sarebbe stata la tua ultima partita. Si potrebbe obiettare che probabilmente non avevi ancora deciso ma sono convinto che, in cuor tuo, sapessi già che quella sarebbe stata la tua ultima volta. Ti meritavi ben altro commiato, un saluto più festoso e indelebile, ma forse un addio al calcio sobrio e senza eccessi era quello che volevi. E' più in linea con il tuo carattere, in questo modo lo senti più 'tuo'. Avrai ripensato a quando sei arrivato a Genova che eri praticamente un bambino, credendo di fermarti solo qualche stagione, senza sapere che questa sarebbe stata la tua nuova casa. Sono convinto che, se potessi cancellare qualcosa in vent'anni di carriera, non sarebbe la lacerante retrocessione ma i sei mesi di Inter. Non per mancanza di rispetto verso i nerazzurri, ma perchè qualcuno ancora ti rinfaccia una scelta che, sono pronto a giurarlo, non fu tua. Te alla Sampdoria ci tenevi – e ci tieni – davvero. Perchè è vero che non sei nato sampdoriano, ma lo sei diventato immediatamente. Il mare ti è entrato dentro, e quella città così simile a te ti ha fregato.

    Per una generazione sei stato il primo calciatore vissuto interamente, dall'inizio alla fine. Quelli che nell'agosto 2002 avevano 13 anni ti hanno visto nascere impacciato centrocampista per diventare poi uno splendido incontrista, a tratti persino regista. E poi hanno assistito anche al tuo calo, fisiologico con il passare degli anni. Hanno visto che i polmoni non reggevano più come una volta, e che la velocità non era la stessa dei tempi d'oro. Eppure anche da ciò hanno tratto una lezione, perchè ti hanno visto accettare lo scorrere del tempo senza strepiti o pretese. Ti hanno visto cedere la tua fascia senza polemiche, ti hanno visto accettare un nuovo ruolo, quello di difensore centrale, senza replicare alle critiche per alcuni errori. Non hai mai risposto a nessuno “ricordatevi che sono un centrocampista”, ma anche nel 'mezzo del cammin di nostra vita' hai sempre detto “posso migliorare”. Così facendo hai insegnato l'umiltà, quella vera, quella che persino nei campetti di periferia è sparita. Ti pare poco?

    Ecco perchè avremmo voluto sapere che quelli di Samp-Napoli erano i tuoi ultimi minuti con gli scarpini addosso e il blucerchiato a fasciarti il petto. C'è una frase che mi ha colpito molto nel film 'Vita di Pi', delicata trasposizione del libro 'Life of Pi' dello scrittore canadese Yann Martel. Dice ad un certo punto il protagonista: “Io penso che la vita non sia altro che un atto di separazione, ma la cosa che crea più dolore, è non prendersi un momento per un giusto addio”. Credo che sia perfetta per te. Quel momento non te lo sei voluto prendere, ed è una tua scelta da rispettare. Io, nel mio piccolo, ti voglio salutare così. Perchè qualcosa, a me e a tanti altri, lo hai lasciato. D'altro canto, ci sarà un motivo se tutti i tifosi della Sampdoria, leggendo questa mia lettera, capiranno istintivamente di chi sto parlando, anche se non l'ho mai nominato nel pezzo. “Con il numero 17... Angelo Palombo!

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    @MontaldoLorenzo

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