Il Festival di Sanremo 2018 va a Ermal Meta e Fabrizio Moro. Vince il poco gusto musicale in Italia. Un pezzo qualunquista su un argomento che meriterebbe idee profonde al posto di banali canzonette. Sono lontani i tempi in cui Dylan cantava Masters of War e Blowin' In the Wind, oggi le "rivoluzioni" si fanno con le filastrocche di Meta e Moro, con testi pieni di luoghi comuni su basi già sentite e risentite allo sfinimento. Pochissima qualità è il leitmotiv di questo Sanremo 2018.

Questa edizione sarà ricordata come un enorme Claudio Baglioni & Friends
. Tra duetti e siparietti, il cantautore romano ha tenuto banco grazie alla sua indiscussa qualità musicale. Deve averlo capito bene, Claudio, che per salvarsi dalle critiche in questa edizione 2018 ci sarebbe stato solo un modo: mettere in tv l’unica cosa che nessuno si permetterebbe mai di declassare, la classe che emerge ogni volta che la sua voce si incontra con un microfono con una band alle sue spalle. Già, perché per il resto il Festival ha deluso, eccome. Di 20 artisti e gruppi in gara, che poi dovrebbero essere i veri protagonisti di una rassegna musicale, non se ne salva neanche un quinto.

Gli sketch comici e gli interventi extra musicali, eccezion fatta per il solito contagioso Fiorello, sono stati sorprendenti come il Carosello negli anni Duemila e hanno emozionato come uno 0-0 tra Crotone e Benevento. Gli ospiti musicali, salvo rare eccezioni (Sting, James Taylor, Giorgia, Laura Pausini e Fiorella Mannoia), non sarebbero stati all’altezza neanche del programma di Savino sugli anni ’90.

Ma soprattutto a deludere sono state le canzoni, emblema di un degrado che sta avvolgendo la nostra discografia nell’ultimo periodo. E’ vero che Sanremo spesso fa rima con canzoni d’amore ma, per carità, c’è amore e amore, anche nella musica. L’emblema è quanto è accaduto intorno alle 22 di questa finale, quando una dietro l’altra ci sono state proposte la Leggenda di Cristalda e Pizzomunno e Il Mondo prima di te. La prima,  raccontata da un sempre stiloso ed elegante Max Gazzè (sesto e vincitore del premio per la miglior composizione musicale), attinge dalla mitologia e usa termini alti per un sentimento narrato in anni di letteratura e grande musica italiana, distrutto in pochi minuti da Annalisa (terza), che si esibisce subito dopo leggendoci in musica gli ultimi whatsapp appena ricevuti dalla sua migliore amica in crisi di coppia. Non è una questione di cuore-amore, quella formula aveva un senso quando a proporla erano De Andrè, Pino Daniele o Lucio Dalla, ma di quanto stia cadendo in basso la musica italiana, nei testi e nei suoni.

Non è un caso che a salvarla siano stati i classici “riesumati da febbraio sanremese” come ad esempio la Vanoni (quinta e vincitrice del premio per la miglior interpretazione) e Ron (quarto e vincitore del premio della critica)
. Stupenda e toccante l’esibizione di quest’ultimo, che interpreta in maniera divina “Almeno pensami”, inedito del grande Lucio Dalla. Altro che Le Vibrazioni (undicesimi) e Noemi (quattordicesima), che ha provato a far parlare di sé con una scollatura che era meno femminile di una partita di calcio di terza categoria. Per non parlare dei “big non big”, come Renzo Rubino (tredicesimo), Carneade in abito da sera che propone un pezzo che può fare breccia solo in una balera sul mare nel mese di settembre e ce lo fa capire con la coppia di nonni che danza sul palco di fianco al suo pianoforte.
 
Non si salvano neanche Elio e Le Storie Tese, giustamente all’ultimo posto a fine serata, il cui commiato dopo anni di perle e una carriera che ha positivamente segnato la mia generazione, sarebbe potuto essere molto più ironico, e meno malinconico e Lo Stato Sociale (secondi e vincitori del premio della sala stampa), progetto indie che invece di proporre qualcosa di fresco, mette sul palco una scimmiottatura di Rino Gaetano (grande, come lui nessuno mai), che risulta più una brutta copia di Gabbani, con tanto di vecchia nuda che balla.

Qualcosa di buono, Ron e Vanoni a parte, si è comunque visto. Uno dei brani migliori, per testo e arrangiamento, è sicuramente quello di Diodato e Roy Paci, solo ottavi alla fine, che si interrogano sulle relazioni ai tempi dei social ma soprattutto hanno il potere di farci staccare dalle nostre tastiere a colpi di assoli di tromba.

Bene, Pezzali-Nek-Renga a parte, gli ospiti di questa finale. Laura Pausini divertente con una bella versione di Avrai, dedicata al figlio di Baglioni in platea e una popolare incursione in mezzo al pubblico. E poi c’è Fiorella Mannoia: superba, con una toccante versione di Mio fratello che guardi il mondo di Ivano Fossati, che regala uno dei momenti più socialmente commuoventi del Festival dopo un altrettanto super monologo di Favino con La notte prima della foresta di Koltès, che con le sue qualità da attore eccellente fa dimenticare le sue pecche da presentatore esordiente.

A conti fatti, sarà meglio ricordare Sanremo come il Festival di Claudio Baglioni, perché se pensiamo al podio c’è da mettersi le mani nei capelli. Della serie: meglio il museo delle cere che la cera della scena musicale italiana. 

Instagram: @vannipale