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  • Serie A e conti in rosso: scopriamo perché

    Serie A e conti in rosso: scopriamo perché

    • Antonio Martines
    Il calcio italiano è sempre più sull'orlo del collasso secondo una delle big four nel campo della revisione di bilanci a livello internazionale. Nello specifico è la PwC (PricewaterhouseCoopers) a lanciare l'allarme. Secondo i dati di quest'ultima il deficit della nostra Serie A nell'ultima stagione presa in considerazione (2014/15) è più che raddoppiato, passando dai 185,5 milioni di euro della stagione 13/14 ai 379,2 della 14/15, ai quali però non è stato aggiunto il bilancio del Parma, visto che questo non è mai stato presentato in seguito al fallimento della società emiliana; altrimenti la cifra avrebbe abbondantemente sforato la soglia dei 400. Secondo alcuni esperti però, questo dato all'apparenza cosi allarmante non dovrebbe essere caricato di eccessivo valore, perché deriverebbe soprattutto dalla scelta di alcune società di operare su piani di bilancio pluriennali e non solo annuali. Nello specifico, Inter e Milan avrebbero agito proprio in questo modo, caricando di voci negative il saldo finale del 2014/15 per alleggerire quello dell'anno successivo – cioè questo – che sarebbe vincolato ai famosi parametri dettati dalla Uefa per il Fair Play finanziario. Questa piccola manovra se confermata, dovrebbe dare i prossimi frutti nel bilancio inerente alla stagione in corso che uscirà l'anno prossimo. A beneficiarne sarebbero soprattutto i nerazzurri di Thohir che vedrebbero cosi il proprio deficit abbattuto per una cifra che si aggira intorno ai 90 milioni di euro. Questo però non significa affatto che l'Inter non sia costretta ad effettuare qualche cessione importante anche in questo mercato. Lo stesso meccanismo, per cifre inferiori sarebbe stato utilizzato per i bilanci di Roma e Milan. Ma se per i giallorossi, gran parte dei conti si sistemerebbe in maniera naturale e quasi indolore con un accesso alla prossima Championsleague dopo il passaggio del turno preliminare di Agosto;  non altrettanto accadrà invece per i rossoneri, che in questa sessione di mercato estiva saranno costretti ad ottenere delle plusvalenze importanti tramite numerosissime cessioni.

    A proposito di plusvalenze: è dipesa dalla notevole diminuzione di queste, se l'ultimo esercizio preso in considerazione dalla PwC ha visto crescere in maniera cosi importante il proprio deficit. I club italiani di fascia alta infatti, nello specifico: Juve, Napoli, Roma, ricavano sempre di meno dalle proprie plusvalenze, perché cercano in tutti i modi di trattenere i giocatori di punta ( es il Napoli con Higuain), e se proprio sono costretti a cedere i propri gioielli – come ad esempio la Juve con Vidal – poi reinvestono immediatamente per comprare altri grossi giocatori di prospettiva come Dybala e Alex Sandro. Insomma si spiegherebbe soprattutto in questo modo la clamorosa impennata del deficit della Serie A, che tanto ha fatto discutere negli ultimi giorni. Tuttavia questi tecnicismi servono a spiegare solo una cifra di deficit annuale ma non a giustificare la ben più grave crisi sistemica del calcio italiano, che affonda le sue radici in problemi di ben altra natura. Innanzitutto va detto che il nostro movimento calcistico campa soprattutto – se non esclusivamente – grazie ai proventi su base annuale e nazionale dei famosi diritti TV, che per inciso ammontano ad oltre un miliardo di euro, pagato dalla cinese Wanda. Una cifra di tutto rispetto che ci colloca addirittura al secondo posto nel panorama internazionale, davanti alla Liga Spagnola che nell'ultimo biennio ha visto aumentare i suoi diritti da 600 a 900 milioni. Ma nettamente dietro alla Premierleague Inglese che per il triennio 2016/19 ha visto quasi raddoppiare il proprio valore commerciale da questo punto di vista, guadagnando a proprio favore un rincaro del 71% . In soldoni il campionato inglese incasserà 5,136 miliardi di sterline all'anno, pari a 7 miliardi di euro. Praticamente sette volte il valore della nostra serie A. Questa cifra enorme però si spiega con una scelta oculata da parte della F.A inglese, che ha deciso di occupare la fascia televisiva più importante del palinsesto asiatico, quello della prima serata, ma allo stesso tempo ha deciso anche di trasmettere solo poche partite di ogni giornata sul proprio territorio nazionale, favorendo cosi l'affluenza del pubblico negli stadi. Una scelta molto più saggia rispetto a quella da buffet televisivo della nostra serie A, che infatti sempre di meno stuzzica l'appetito di tutti gli appassionati. A tutto ciò poi va aggiunta la solita risaputa miopia dell'attuale classe dirigente della nostra lega, la mancata patrimonializzazione dei club e un parco stadi che anno dopo anno diventa il più vecchio in Europa. A proposito di stadi: Tavecchio ultimamente ha detto che lui da bancario non concederebbe mai un fido ad un club che offrisse come garanzia solo lo stadio in se... ecco in una frase del genere si può leggere tutta la mentalità – sbagliata – del nostro calcio. Da noi infatti gli stadi non si costruiscono con la stessa facilità con la quale vengono realizzati all'estero proprio perché intorno a questi si vuole speculare a livello immobiliare. D'altro canto basta dare un'occhiata ai plastici realizzati da certe società per capire l'andazzo. Quando si vedono dei grattacieli in stile Dubai intorno ad un impianto sportivo ci si può forse meravigliare se la trafila burocratica diventa interminabile e se poi la città interessata chiede a chi presenta il progetto di occuparsi anche della rete di trasporto? Forse no. Quando gli inglesi  cominciarono a ristrutturare i propri stadi  negli anni 90, pensarono prima alla sicurezza e poi all'aumento della capienza, non certo a fare affari con i furbetti del quartierino.

    In conclusione possiamo dire che la crisi che stiamo vivendo è molto più complessa e semplice di quel che si pensi. Complessa perché ci sono molte variabili in gioco, semplice perché in realtà alla fin dei conti, manca soprattutto la volontà di agire in modo netto e preciso su alcuni punti cardine, ma questa volontà evidentemente ancora non c'è. Il perché può essere ricondotto al solito vizio italico di aspettare fino all'ultimo per trovare il modo di lucrarci sopra nella maniera più cinica possibile. Qualcuno ha detto che nel nostro calcio non si fa sistema e non si lavora uniti tutti insieme nella stessa direzione. Ma e forse questa una novità in Italia?


    @Dragomironero

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