Con tutta probabilità il primo pallone da football l'ha portato in Italia lui. Edoardo Bosio, torinese di origini elvetiche, era un impiegato di una ditta inglese di Nottingham e spesso viaggiava verso l'Inghilterra per lavoro: là conobbe il football, ci giocò e se ne innamorò tanto che da uno di questi viaggi si portò in Italia un paio di palloni. Storia antica, quindi, tenuta chiusa in bauli polverosi della memoria per troppo tempo. Questo commerciante pare proprio sia stato colui che per primo portò il gioco del calcio in Italia, a Torino, là dove tutto ebbe inizio, la sua città, una città altera e frizzante, città curiosa vissuta ed abitata da personaggi che per la nostra storia si riveleranno importanti. Decisivi, tra la luce delle prime lampadine elettriche e il rombo sferragliante delle prime automobili che tanto piacevano a quel simpaticone del marchese Ferrero di Ventimiglia. 

Storia di uomini, storia di pallone che rotola e rotolando srotola ricordi, emozioni, lacrime e risate. Torino nella Belle Epoque, le sue strade, i suoi tabarin, e i suoi sogni di futuro.

Mentre in Inghilterra già dal 1863 c'era una Federazione, c'erano regole precise e c'era un torneo, la FA Cup che, come molto bene racconta Simone Cola nel suo ultimo libro, appassionava e coinvolgeva un numero sempre maggiore di pubblico, il football in Italia sul finire dell'Ottocento scrive le sue prime pagine a Torino, Genova, Milano. Non solo in questi grandi centri urbani, certo, ma le più importanti – nel senso di decisive – vengono scritte in queste città. Così, mentre nel 1887 Crispi forma il suo primo governo, Giuseppe Verdi torna a scrivere e trionfa alla Scala con l'Otello e l'Italia, che ha appena festeggiato i suoi primi 25 anni dall'unificazione, rinnova il trattato della Triplice Alleanza con Germania ed Austria-Ungheria, Edoardo Bosio (foto Gazzetta del Popolo della 
Domenica
) raggruppa alcuni suoi colleghi della ditta Thomas & Adams e li coinvolge in un gioco, il gioco del football association, come allora veniva chiamato il calcio. Fa le cose per bene Bosio, in quel 1887, perché al gruppo di colleghi e amici così riunito oltre ad insegnare i primi rudimenti del gioco, primo fra tutti che occorre spingere con i piedi una palla dentro una porta avversaria, dà un nome, il Football and Cricket Club di Torino, con tanto di divisa ufficiale che prevedeva una camicia a righe rosse e nere con colletto bianco, squadra che – come tradisce il nome – avrebbe permesso ai propri soci di praticare il cricket, il football e, in estate, il canottaggio, primo grande amore di Bosio. Sembra un passo da niente, ma è nata così la prima squadra di calcio italiana della storia. 

Bosio è in tutto un uomo del suo tempo. Eclettico e curioso, si dedica a diverse attività, non solo il calcio. Anzi, i riconoscimenti più tangibili li riceve in quello che è stato a tutti gli effetti il suo sport, il canottaggio, dove vince parecchi allori per la Società Armida. Non solo. Nel 1914 troverà anche il tempo di cimentarsi nel cinema, come regista e fotografo del cortometraggio La vita negli abissi del mare. 

A noi, comunque, interessa il Bosio calciatore. Come detto, la Torino fin de siècle era città viva, frizzante dove vi si muovevano personaggi davvero interessanti. Alcuni di questi, un gruppo di aristocratici guidati da Luigi Amedeo di Savoia – futuro Duca degli Abruzzi – il barone Cesana e il Marchese Alfonso Ferrero di Ventimiglia, nel 1889 fondano una loro squadra di calcio, quella dei Nobili, con colori sociali gialli e blu quale omaggio ai colori cittadini. Due anni e parecchie sfide più tardi le squadre di Bosio e dei nobili si uniscono per dar vita all'Internazionale di Torino. Purtroppo di tutte quelle partite sono rimasti pochissimi frammenti di ricordi, di  testimonianze. Sappiamo che proprio con quest'ultima squadra Bosio fu impegnato a dar calci al pallone, in amichevole come in campionato, ma di dati ufficiali non ce ne sono, così come nessuno all'epoca ci ha tramandato notizie su come giocasse l'italo-elvetico. 

Nel frattempo un po' in tutto il Paese iniziano a nascere altre squadre e si moltiplicano amichevoli cittadine. A Torino Bosio è protagonista di parecchie accese sfide, alcune di esse davvero singolari, se viste con gli occhi di oggi. Una in particolare è spassosa, si gioca nel settembre del 1891 e ce la racconta un protagonista di quella partita, Herbert Kilpin, un inglese che sarà tra coloro che sul finire del 1899 fonderanno il Milan. Innanzitutto non c'era nessun arbitro a dirigere l'incontro, ma ciò che più sorprese l'inglese e che maggiormente lo divertì era il fatto che mano a mano che la partita procedeva le squadre si ingrossavano di numero. Infatti alcuni spettatori si facevano prendere dal gioco così tanto da mettersi anche loro a correre dietro al pallone!

Tornando a Bosio, non bisogna dimenticare che fu tra i fondatori, tra il febbraio e il marzo del 1898, della Federazione Italiana del Football, Federazione che sempre nel 1898 organizzò il primo campionato di calcio nella storia italiana.

In campionato Bosio è sicuramente presente nelle prime tre edizioni: nel 1898 e 1899 giocando appunto con l'Internazionale e nel 1900 con il F.C. Torinese, che nel frattempo aveva assorbito l'Internazionale, investita da una grave crisi finanziaria. Proprio nel 1900 durante la semifinale giocata il 15 aprile Bosio segna ben tre reti al Milan qualificandosi così, con la sua squadra, per la finale che poi perderà contro il Genoa. 

Di questo calciatore non si sa niente di più, oltre che sapere che giocava prevalentemente nella linea dei cinque attaccanti, ma sicuramente chi oggi segue con tanta passione il gioco del calcio deve comunque un grazie a questo commerciante per aver portato da noi il football.