Non sto a sottolineare la mia passione per il calcio strano, quello poco battuto, mal conosciuto, raramente approfondito. C’è un perché se pochi lettori mi seguono ed è sicuramente negli argomenti che tratto. A volte lo faccio quasi con un moto di orgoglio: anche se qui il mercato del calcio domina, ed è seguito come su nessun altro sito, io mi ostino a trovare motivi di curiosità in altro che magari tanta notizia non fa. Dunque sono qui a proporvi alcuni talenti giovanissimi che ho notato tra Stati Uniti e Messico, in un gran calderone calcistico che non è solo MLS ma rappresenta un intero continente che è cresciuto enormemente negli ultimi venti anni, sia sotto l’aspetto dei numeri e del fatturato che sotto quello della qualità. La cosa interessante è scoprire che quasi tutti questi talenti, molto, ma molto prima che si muovano le squadre italiane, arrivino al prezzo di un monolocale zona Navigli in Europa. Ma mai da noi… 

Il primo nome è quello di Desevio Payne, professione esterno: destro o sinistro, non fa differenza. Grandi polmoni, splendida corsa, eccellente capacità di saltare l’uomo; Desevio è il terzino che sa come diventare ala. Ora ha 20 anni, è nato in North Carolina ma è cresciuto calcisticamente a Greenwood, South Carolina, una straordinaria filiera di talenti. Di origine olandese ha deciso appena maggiorenne di trasferirsi in Europa per esordire nel Groningen e alla chiamata della nazionale Orange ha risposto ‘no, thanks’ andando a giocare i Mondiali Under 20 con gli Stati Uniti. Giocatore davvero impressionante che ha ancora un notevole margine di miglioramento: ora è all’Excelsior Mouscron ma pare che il signor Red Bull abbia già fissato delle clausole per mettere le ali a New York con lui sulla sinistra dalla prossima stagione. 

Brooks Lennon sembra uscito dalla pentola dei desideri: la sua storia è quasi un romanzo. Gioca nello Utah, nell’Accademia del Real Salt Lake: a 14 anni si fa male, molto male… frattura. A 15 anni appena dopo essere guarito dalla prima frattura si rompe anche un piede. A 17 anni sembra destinato a diventare il classico giocatore americano che ha rischiato di diventare famoso per un po’: ma la ruota gira. Brooks gioca e segna con regolarità per due anni: prima dell’inizio del terzo anno al Real Salt Lake il responsabile dell’Academy chiama il direttore tecnico del Liverpool avvertendolo di avere materiale importante per le mani. Lennon fa non uno ma tre provini: e conquista un contratto da professionista restando tuttavia sempre nella squadra Under o riserve. Continua a giocare e a segnare fino a quando non è qualcun altro a farsi male: Danny Ings che si blocca a novembre per un grave infortunio al ginocchio e subisce un nuovo infortunio nel pieno della preparazione proprio quando i Reds sembrano voler investire su di lui. Lennon lo sostituisce e alla grande: ha soltanto 19 anni e Klopp stravede per lui dicendo: “Non ha paura di niente”. E di che cosa dovrebbe avere paura un ragazzo nato in Arizona e trasferitosi da solo a 12 anni nello Utah cui sono toccati due incidenti che avrebbero chiuso la carriera di  tanti altri giocatori tra i 14 e i 15 anni? 

E’ un'ala deliziosa che se decide di prenderti di mira non ti fa vedere il pallone: ha potenza ma anche velocità e soprattutto un delizioso controllo di palla in corsa. Si chiama Haji Wright e ha 19 anni: Haji ha la palla perennemente attaccata ai piedi e le idee molto chiare. Cresciuto in un quartiere a rischio di Los Angeles appena ha potuto si è trasferito nel campus dei Galaxy e quando due anni fa è arrivata la chiamata dei Cosmos lui si è trasferito in quattro e quattr’otto a New York. Fuori dall’MLS… “Sei un pazzo” gli avevano detto tutti, compagni e dirigenti. Ma la sua risposta fu “Sono solo un po’ più vicino all’Europa”. Al Cosmos la sua autorevolezza, quasi sfrontata conquista tutti, anche gli osservatori che hanno cominciato a far vedere ai club più attenti ai talenti giovani le sue qualità. Il primo che arriva sul pezzo è lo Schalke: e Haji ha firma un buon contratto in attesa di farsi vedere in prima squadra, come esterno o come punta perché nel frattempo Wright ha imparato anche a giocare da attaccante centrale e con il suo 1.93 ha tutti i mezzi per farlo bene. Tutti contenti: il ragazzo che in un anno e mezzo è volato da Los Angeles a Gelsenkirchen via New York e anche i Galaxy che al suo posto hanno inserito Bradford Jamieson, un altro talento interessante. 

Quando Klinsmann lo chiamò la cosa fece notizia: ma la notizia più clamorosa è che il tecnico tedesco lo piazzò all’esordio assoluto in mezzo alla difesa contro il Messico. Un bel test di personalità per Cameron Carter-Vickers, 19enne con doppio passaporto, inglese e americano che per la verità è sopravvissuto anche a Klinsmann, esonerato e sostituito con Bruce Arena dopo una serie di risultati molto deludenti. Qualcuno sostiene che una delle poche cose buone portate da Klinsmann siano state proprio il coinvolgimento di giovani come Carter-Vickers che ha fatto un percorso molto bizzarro: nato in Inghilterra a Southend on Sea, poco a nord della foce del Tamigi insieme alla madre, fa diventare matti i genitori – separati, e dunque soprattutto la mamma - con la sua passione per il calcio. A 10 anni demolisce a suon di pallonate la porta del garage di casa; a 11 frantuma il polso della nonna che incautamente si era prestata a fare da portiere ai suoi tiri; a 12 sono due vetrate della sua scuola a finire male “Ho tirato un po’ alto….” Si giustificò il ragazzo con le suore. 

La mamma è disperata: Cameron, iscritto alla Eastend Catholic, sarà anche un talento ma viene descritto come ipercinetico. In realtà si tratta di energia da incanalare: suo padre è Howard Carter, buon cestista sia in NBA che in Europa, ovviamente americano: è lui ad alzare il telefono e a chiamare la LSU, l’Università della Louisiana, per garantire al figlio non solo una squadra ma una eccellente istruzione magari trasferendolo negli States. D’altronde da lì era passato anche lui. La mamma non ne vuole sapere e incarica un amico di telefonare a chiunque sia in grado di dare una squadra a suo figlio: “Chiunque purché non vada in America”. Alla fine Cameron fa alcuni test negli Stati Uniti ma con scarsa convinzione: a lui interessa giocare a calcio, non studiare. Il test definitivo lo passa con il Tottenham: Pochettino lo spedisce in campo con la prima squadra dopo cinque allenamenti, centrale difensivo di sinistra. Il valore del ragazzo che firma un triennale fino al giugno 2019, decolla. La cosa curiosa è che negli States in un modo o nell’altro Cameron continua a giocare: oltre trenta presenze con le giovanili, Mondiale Under 20 compreso. Quando la FA inglese si fa avanti per testare la possibilità di iscriverlo alla nazionale senior, gli Stati Uniti chiudono la porta: chiamano Cameron per la prima squadra e il ragazzo accetta la convocazione. Per la disperazione della mamma che lo aspetta a Southend, anche se la cosa potrebbe costare qualche demolizione in giardino.