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Un Paese che non ha storia non ha identità. L’identità crea la consapevolezza necessaria per andare avanti e per migliorare tutti insieme. La commemorazione di quello che accadde il 12 Dicembre del 1969 non rappresenta, quindi,  un evento qualsiasi: è il ricordo collettivo che dovrebbe farci sentire più uniti, determinati, vigili di fronte a un pericolo letale, sempre possibile, per le vite di ognuno di noi.

Cinquant’anni fa, nella Banca dell’Agricoltura di Milano, la bomba esplose alle 16.37. Costò 17 morti e 88 feriti. Fu l’inizio d’una lunga serie di attentati che uccise non solo decine e decine d’innocenti, ma che mise in pericolo il nostro sistema democratico. E’ ormai assodato e documentato da decine di libri e da numerose inchieste come quella strage, con le altre che seguirono, aveva  lo scopo di imporre una sterzata autoritaria, un colpo di stato “necessario” ad evitare che la sinistra e il PCI prendessero, sia pur democraticamente, il potere.

Furono incolpati gli anarchici Pietro Valpreda, linciato mediaticamente “Mostro disumano…belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista", (incarcerato per 3 anni, processato, poi assolto) e Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano, dove era illegalmente trattenuto, nella notte tra il 15 e 16 dicembre. All’ inizio, si disse che Pinelli si era suicidato, avallando le ipotesi d’una sua colpevolezza, in seguito la versione ufficiale fu: “precipitato a causa d’una malore. I responsabili della strage vennero solo identificati molti anni dopo quando, nel 2005, la Corte di Cassazione affermò che la strage di Piazza Fontana fu realizzata non da anarchici ma da dei neofascisti, “da un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”. Per altro, la stessa Corte enunciò che Freda e Ventura non erano più processabili poiché “irrevocabilmente assolti dalla Corte di Assise di Appello di Bari.”

Al di là di non aver assicurato alla giustizia i responsabili, emerse la complicità di parte dei Servizi Segreti italiani (i cosiddetti “servizi deviati") nel coprire e insabbiare la verità, alimentando quella che sarebbe passata alla storia come “strategia della tensione”. Il magistrato Guido Salvini racconta e documenta oggi, con Andrea Sceresini, nel libro “La maledizione di Piazza Fontana” l’incredibile serie di errori e omissioni nelle inchieste giudiziarie che portarono , di fatto, ad assolvere la cellula padovana di Ordine Nuovo. Guido Lorenzon fu il testimone chiave, il granello di sabbia, l’incidente capace d’ inceppare il sistema  mandanti - esecutori - coperture. Pochi giorni dopo la strage, raccontò alla magistratura quel che sapeva: Ventura gli aveva anticipato quanto sarebbe accaduto; poi fece nomi, cognomi, segnalò luoghi, dette riscontri (il timer, le valige acquistate a Padova). Ma ci vollero 10 processi, 15 filoni d’inchiesta, 36 anni per arrivare non già alla condanna dei responsabili, bensì alla sentenza della Cassazione, nel 2005, che riconosce negli ordinovisti di estrema destra veneti gli esecutori della strage.

Dopo quella, seguirono altre efferate stragi (il treno Italicus, la stazione di Bologna, Piazza della Loggia a Brescia), ma Piazza Fontana cambiò la storia d’Italia, il nostro modo di esserci. Ci fece sentire tutti più insicuri e incerti. E vulnerabili: minacciati da quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto proteggerci. I funerali delle vittime furono, però,  imponenti e impressionanti, con migliaia di persone pronte a riversarsi nelle piazze e nelle strade. Scattarono, intanto, inchieste giornalistiche degne di questo nome, con l’ imperativo di dare un nome ai mandanti e non solo agli esecutori. Il Paese, le persone, l’opinione pubblica stava resistendo.

Sì, Piazza Fontana fu la ferita capace di risvegliare l’orgoglio civile d’una Nazione. Oggi, quell’orgoglio non va dimenticato. Per rispetto alle vittime e a se stessi.