1
Palermo, via Mariano D’Amelio, 19 luglio 1992, ore 16.58. Un boato enorme rompe il ritmo strascicato di una calda domenica d’estate che, stancamente, sta volgendo a sera. Pochi minuti dopo, un agente di polizia giunto sul posto nota un uomo seduto su un marciapiede, si sta tenendo la testa tra le mani, è vivo, sconvolto ma vivo. L’agente guarda l’uomo, comprende sia cosciente e prosegue. Ciò che vede una cinquantina di metri davanti a lui è l’inferno. Automobili in fiamme, calcinacci caduti dai palazzi che si affacciano sulla via, detriti, plastica, gomma e rottami bruciati. E fumo, fumo ovunque, avvolge tutto e non permette di respirare. Pochi secondi dopo, guardandosi attorno, l’agente nota qualcos’altro. Nota dei corpi. Stramazzati a terra, sventrati e carbonizzati. Facendosi largo tra le macerie, l’agente vede, steso a terra, il corpo di un uomo. E’ morto, è lacerato, ma ha un particolare che colpisce la sua attenzione: ha i baffetti. Nonostante sia annerito, l’agente riesce a riconoscere il volto di quell’uomo. Si tratta del procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Palermo. Si tratta di Paolo Borsellino. I corpi sparpagliati tutt’intorno sono quelli di suoi colleghi poliziotti. Colleghi che facevano da scorta al magistrato. Colleghi come Emanuela Loi, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli ed Agostino Catalano. Anche l’uomo che aveva notato seduto sul marciapiede è un collega. Si chiama Antonio Vullo e, pochi minuti prima di accasciarsi con la testa tra le mani, era alla guida di un corteo di tre autovetture che da Villagrazia di Carini si stava dirigendo a Palermo, in Via Mariano D’Amelio. L’ordine del giorno era di accompagnare Paolo Borsellino a casa della madre. All’arrivo in via D’Amelio, l’agente Vullo vede il magistrato uscire dalla propria auto ed arrivare, scortato dai colleghi, davanti al portone del civico n.19. Rientrato in auto per fare manovra e mettere la vettura in posizione di ripartenza, l’agente Vullo vede il magistrato premere il campanello dell’abitazione. Poi, dopo aver visto una fiammata, l’agente Vullo viene investito da una nube di aria calda che lo sballotta all’interno della vettura. Quando esce dall’auto, la prima cosa che vede l’agente Vullo sono solamente alcuni brandelli dei colleghi. Perché? Cosa è successo? E’ successo che una bomba composta da 90 chilogrammi di esplosivo Semtex-H, celata all’interno di una Fiat 126 parcheggiata in prossimità dell’abitazione della madre del giudice, esplode cancellando in un attimo le vite di Paolo Borsellino, Emanuela, Claudio, Walter Eddie, Vincenzo e Agostino. E’ successo quello che era già avvenuto appena cinquantasette giorni prima, il 23 maggio 1992, a Capaci, quando 500 chilogrammi di esplosivo avevano ucciso il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Se è possibile, però, è successo pure di peggio. Perché se da un lato, dopo la strage di via D’Amelio, la società civile ha intrapreso un cammino di consapevolezza, di conoscenza e di contrasto del fenomeno mafioso è pur vero che, ventisette anni dopo, di questa strage ancora restano troppi misteri ancora da chiarire ed una verità ancora da scrivere. Ventisette anni di processi, di falsi pentiti, di innocenti che diventano colpevoli e colpevoli che restano innocenti. Ventisette anni di veri pentiti, di uomini dello Stato infedeli, di una borsa che passa di mano, di un’agenda rossa che scompare e di una trattativa. Una trattativa tra lo Stato italiano e Cosa Nostra, iniziata dopo la strage di Capaci e proseguita, dopo il massacro di Via D’Amelio, al ritmo scandito dalle bombe del 1993 fino al gennaio del 1994. Una trattativa che Paolo Borsellino sapeva in essere. Una trattativa che, per proseguire, non doveva essere intralciata da chi non sarebbe mai sceso a patti con Cosa Nostra. Una trattativa nella quale la fine di Paolo Borsellino sarebbe servita, a chi l’avesse perpetrata, ad alzare la posta in gioco ed ottenere un maggior potere contrattuale. Una trattativa che, Borsellino sapeva con certezza, gli sarebbe costata la vita. Ventisette anni di assassini, di mandanti occulti, di persone che operano nell’ombra. Ed è proprio nell’ombra di questa storia tremenda che, probabilmente, è celata la verità.

Qualche anno fa Vito Mancuso ha scritto: “In Italia, a differenza degli altri paesi occidentali, manca una religione “civile”, capace di legare responsabilmente l’individuo alla società. Chi sa usare davvero l’intelligenza, capisce che la vita contiene valori più grandi del suo piccolo Io, e di conseguenza vi si dedica”. Di quei valori, di quella religione “civile” Paolo Borsellino è stato uno dei più fulgidi esempi.