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Tra le macerie lasciate dalla Seconda guerra mondiale la ricostruzione politica, sociale, economica e culturale degli Stati passa anche attraverso il gioco del calcio e le sue manifestazioni internazionali. Non sorprende, dunque, l'urgenza sentita sin da subito dalla FIFA di ripartire anche con la Coppa del mondo che per l'edizione del 1950 viene giocata in Brasile.

IL MONDO NUOVO - I lavori della Conferenza di Pace di Parigi iniziati nell'estate del 1945 furono tra i primi passi verso la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Anche lo sport ripartì e per quel che qui ci interessa, il massimo organismo internazionale del calcio iniziò da subito con il congresso del 1946 a gettare le basi per una veloce ripresa. Tra i vari punti di discussione in seno alla FIFA, uno centrale ed urgente riguardava le Federazioni appartenenti ai Paesi usciti sconfitti dal conflitto bellico. Tra i delegati molti erano del parere di escludere i Paesi sconfitti come già avvenuto al termine della Prima guerra mondiale. Rimet e i vertici della FIFA si opposero sempre a questa idea, perché, al contrario, credevano che il punto di forza qualificante della FIFA fosse la ricerca di una vera e compiuta unità del mondo calcistico. Non a caso nel 1946 le Federazioni Britanniche e l'URSS entrarono a far parte della sempre più grande “famiglia” della FIFA. In particolare il passo dell'URSS portava con sé opportunità e nuove questioni. La guerra fredda con i “blocchi contrapposti” tra Est e Ovest si fece sentire anche all'interno della FIFA, ponendo spesso il massimo organismo calcistico internazionale davanti a questioni diplomatiche non di semplice soluzione come, per esempio, la presenza di Taiwan e della Repubblica Popolare Cinese.

Tornando all'immediato dopoguerra, la questione dei Paesi vinti c'era ed era rilevante. Giappone e Germania di fatto vennero esclusi dalla FIFA in quanto nei due Paesi avevano cessato di esistere organizzazioni federali idonee a rappresentarli nel consesso internazionale. Altra questione, più delicata e più sfumata, era quella che riguardava l'Italia. L'Italia seppur considerata un Paese sconfitto, non venne di fatto esclusa come Giappone e Germania, ma subì comunque una sorta di “quarantena silenziosa” che durò per tutto il 1945 e risolta solo con una forzatura diplomatica della Svizzera che giocò l'11 novembre del 1945 un'amichevole contro la Nazionale di Pozzo, mettendo così la FIFA difronte al fatto compiuto.

Risolte, o quantomeno affrontate, molte delle questioni sorte con la fine del mondo prebellico, l'urgenza per la FIFA era quello di tornare a disputare la sua massima manifestazione mondiale.

BRASILE 1950 - Nel 1946 l'organizzazione della Coppa del mondo venne assegnata al Brasile, Paese che, lontano dalle macerie belliche europee, godeva di buona reputazione e che nel settembre dello stesso anno aveva promulgato la nuova Costituzione, che aboliva quella autoritaria di Vargas del 1937. La Coppa del mondo, dunque, tornava in Sudamerica dopo vent'anni. Ammesse di diritto Brasile e Italia, alle qualificazioni per la prima volta parteciparono le quattro Nazionali britanniche che si giocarono il “pass” per il Brasile nell'edizione del 1949/50 del Home Championship. Le tensioni politiche della guerra fredda portarono l'URSS e tutte le Nazionali degli Stati del blocco centro-orientale – esclusa la Jugoslavia di Tito – a rinunciare, così come rinunciò dall'altra parte dell'oceano l'Argentina, alle prese con la crisi scoppiata a seguito dello sciopero dei calciatori del 1948. La huelga dei calciatori aveva messo in ginocchio l'attività calcistica in Argentina paralizzandola. Nel 1948 i calciatori avevano avanzato richieste volte a migliorare la loro retribuzione, ma il netto rifiuto delle società aveva portato allo sciopero dei calciatori. Dopo alcuni mesi di stallo, le società decisero di far terminare il campionato ai ragazzini, mentre i migliori calciatori andarono verso lauti contratti in Europa e soprattutto in Colombia, nella squadra del Millonarios di Bogotà.

Intanto in Brasile i lavori di organizzazione procedevano più o meno spediti. Interessante ciò che si legge nell'eccellente libro di Luciano Sartirana Nel settimo creò il Maracanã, nel quale viene riportato un passo di un quotidiano di Rio de Janeiro della primavera del 1948: “Mancano poco più di due anni dalla data scelta per la partita d'esordio, e il tifoso si chiede: come vanno i preparativi? Purtroppo la risposta è tipicamente brasiliana: non vanno per niente”. Nonostante l'appoggio economico convinto del nuovo governo federale, i ritardi e le lungaggini furono notevoli. E anche le polemiche non mancarono: a Rio de Janeiro nell'agosto del 1948 si iniziò la costruzione di un imponente nuovo stadio, progetto al quale aderirono i comunisti ma si opposero i liberali. Comunque quello stadio alla fine venne costruito, il nome era Estádio Jornalista Mário Filho, ma il nome popolare con il quale sin da subito lo si indicò fu Maracanã. E proprio al Maracanã venne inaugirato il torneo com la partita d'esordio tra i padroni di casa e il Messico, il 24 giugno.
MARACANAÇO - Le Nazionali partecipanti furono 13, divise in quattro gruppi, la vincente dei quali si qualificava per il girone finale che avrebbe assegnato la coppa. Sì, per la prima – e unica – volta la fase finale non fu ad eliminazione diretta, bensì sostituita da un ulteriore girone all'italiana al termine del quale si avrebbe avuto il nuovo campione del mondo. La decisione fu fortemente caldeggiata dagli organizzatori per una mera questione economica: più partite tra le squadre migliori, più spettatori e quindi maggiori incassi.

Le sorprese nel corso del torneo non mancarono. Già durante la prima fase vi furono vittime illustri. L'Italia campione del mondo in carica e ancora alle prese con il “dopo” tragedia di Superga, uscì subito di scena, anche se l'eliminazione più clamorosa fu quella dei “maestri” inglesi. Alla prima partecipazione della sua storia, dopo aver vinto l'incontro inaugurale con il Cile, l'Inghilterra il 29 giugno andò incontro a Belo Horizonte alla sconfitta più clamorosa della sua storia, perdendo 1 a 0 contro i dilettanti degli Stati Uniti. Il risultato fece il giro del mondo, vi fu chi non ci volle credere e chi iniziò a vedere proprio con quel risultato calcistico non pronosticabile la rappresentazione del passaggio di potere economico, sociale, politico e militare dall'imperialismo britannico a quello statunitense che avrebbe segnato il secondo Novecento.

Eppure, se ciò non bastasse, l'evento più clamoroso del torneo, quello che avrebbe marcato a fuoco indelebile l'edizione 1950 della Coppa del mondo doveva ancora accadere.

Al girone finale si qualificarono Brasile, Uruguay, Spagna e Svezia. Il Brasile era una macchina perfetta, rifilò 13 reti alle due rappresentative europee e si preparava a vincere la coppa e tanto era sicuro del risultato finale che prima dell'ultimo incontro i calciatori brasiliani vennero premiati con un orologio sul quale era incisa la scritta “campione del mondo”. Come poi andrà a finire lo sanno tutti: al Maracanã, lo stadio costruito apposta per celebrare il trionfo annunciato di un'intera Nazione, davanti a 174.000 spettatori paganti e a circa altri 50.000 entrati di straforo, nel pomeriggio del 16 luglio 1950 andò in scena quel che non era creduto possibile. Sarebbe passata alla storia come il maracanaço, la sconfitta del Brasile per 1 a 2 contro l'Uruguay che fece precipitare un'intera Nazione nello sconforto e nella disperazione. Nel silenzio irreale del Maracanã il Presidente della FIFA Jules Rimet si trovò da solo a vagare con la coppa in mano alla ricerca di un calciatore dell'Uruguay da premiare: la consegnò a Varela, ma non ci furono discorsi, né celebrazioni solenni e non fu suonato neppure l'inno. Finiva così, nel modo che nessuno avrebbe immaginato, un'edizione nella quale per la prima volta i calciatori scesero in campo con i numeri sulla maglietta e che segnò il ritorno sul tetto del mondo dell'Uruguay, destinato però ad un successivo lungo periodo di declino.


(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)