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Ricorderemo l’estate del 2019 come quella della rivoluzione. Una cosa mai vista: se prendiamo le prime sei squadre della classifica di serie A, addirittura quattro hanno sostituito sia l’allenatore che il direttore sportivo (o comunque l’uomo mercato) rispetto all’agosto scorso. In totale, sono cambiate otto facce su dodici.


La Juve è passata da Allegri-Marotta a Mister X (quasi certamente Sarri)-Paratici. L’Inter da Spalletti-Ausilio a Conte-Marotta. Il Milan da Gattuso-Leonardo a Giampaolo-Maldini più Massara (mancano solo gli annunci). La Roma da Di Francesco-Monchi a Fonseca-Petrachi (Cairo permettendo). Solo Napoli e Atalanta hanno conservato lo stesso tecnico (Ancelotti e Gasperini) e il medesimo responsabile del mercato (Giuntoli e Sartori). Se scendiamo un po’ in classifica, ci sono altri cambiamenti: dalla Samp alla Fiorentina fino al Genoa. Ma qui, almeno, c’è la motivazione di una stagione che è stata - per viola e rossoblù - assai negativa.


Perché questa rivoluzione? Ogni club ha i suoi motivi, ovviamente. Ma, tra tante storie con sfaccettature differenti, c’è una insoddisfazione diffusa. La Juve non era contenta della qualità del gioco; l’Inter dei risultati; il Milan della scarsa serenità dell’ambiente; la Roma di tutto. Anche chi ha vinto oppure chi ha centrato l’obiettivo, di conseguenza, ha avvertito il bisogno di cambiare.


Cosa succederà ora con tutti questi cambiamenti? In teoria dovrebbe trarne vantaggio il Napoli, l’unica tra le società più ambiziose ad avere conservato la stessa fisionomia (l’opposto di un anno fa quando De Laurentiis era stato il solo a sostituire l'allenatore). Di sicuro ci sono motivi nuovi di interesse, emozione, curiosità. Non sappiamo se sarà una stagione migliore, ma potrà sorprenderci.

@steagresti