Vuoi tu diventare agente di un top-player, sederti allo stesso tavolo di Mino Raiola o Jorge Mendes e guadagnare in un anno l’equivalente di una manovra finanziaria (dai 40 ai 50 milioni)? Sì, lo voglio. E ci mancherebbe. Tu chiamale se vuoi: commissioni. Sei disposto a trattare con presidenti arroganti, ciarlatani che si spacciano per intenditori e affaristi senza il pelo sullo stomaco che per un rinnovo del più scarso degli esterni bassi ti fanno sudare sette camicie? Sì, sono pronto. E' il calcio, bellezza. Sei anche pronto a venire indicato da tutti come il «male del calcio», come uomo (o donna) di malafede che per i propri sporchi interessi sposta giocatori come soldatini? Questo meno, ma se è compreso nel pacchetto allora prendo tutto.

Oggi, a Roma. Esame per diventare agente di calciatori. Prima tappa per l’abilitazione del CONI, poi ne seguiranno altre. Si sono presentati in 800. Tanti? Tanti. Come si diceva una volta: è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Per fare l’agente ti deve piacere il calcio. Ma anche no. Non è indispensabile. Devi saper gestire i soldi, che è tutto un altro discorso, un altro gioco, un’altra partita. All’esame ci si arriva preparati. Si studia, altro che. Diritto dello Sport. Diritto Privato. Diritto Amministrativo. Non è fondamentale che tu sappia come funziona una diagonale difensiva, ma devi conoscere le norme del Coni e della FIGC. Non è necessario avere idea delle soluzioni che ti offre il 4-3-3 in fase d’attacco, ma devi saperti muovere come un’anguilla nel mare tormentato del Codice Sportivo. Sono cambiati i tempi. Una regolamentazione del mestiere è sempre più necessaria. Lo chiedono gli stessi agenti, quelli che già fanno casta. Una volta i procuratori erano amici degli amici, fiutavano l’affare, vi si buttavano a pesce.

Oggi il mito è Mino Raiola. Può piacere o non piacere, ma il suo mestiere lo sa fare (alla grande). Occhio ragazzi, prendete nota e non pensate che sia facile arrivare al top: Raiola parla sette lingue, tutte imparate da autodidatta, anche l’italiano (non è una battuta: a casa Raiola si parlava solo dialetto). Mino ha iniziato la sua carriera comprando e rivendendo (magica plusvalenza pure questa) il McDonald di Haarlem, in quell’Olanda dove era emigrato. Vale anche per gli altri big. Il giovane Jorge Mendes si era comprato un negozio di videocassette, poi bar, locali, night, discoteche. Si parte dal nulla, si arriva a molto. Ognuno scelga il suo stile, tanto qui si punta al fatturato. Raiola veste volutamente dimesso, polo slabbrate, bermuda, camicie adagiate fuori dai pantaloni, l’aria arruffata di chi sta per chiudere il locale, sono già le due e si va a nanna. Mendes è un damerino, indossa solo abiti firmati, giacca, cravatta, gemelli d’oro, un paio di scarpe di Jorge vale come una seconda punta da 10 gol a stagione. Di Wanda Nara sappiamo già tutto e - al di là di come vi schierate al proposito nella vicenda Icardi-Inter - una lezione suo malgrado Nostra Signora dei Tweet ce l’ha data: mai sposare il proprio assistito, finisce sempre male. E poi ti tocca andare in tivù a piagnucolare.